mercoledì 22 novembre 2017

ESSERE O NON ESSERE

Estratto da "Psicoterapie orientali e occidentali" di Alan W. Watts:

"...  l'ansia e la colpa sono inseparabili dalla vita umana; essere, coscientemente, vuol dire sapere che l'essere è relativo al non-essere, e che la possibilità di cessare di essere è presente in ogni momento ed è sicura alla fine. Qui sta la radice dell'angst, il tormento fondamentale dell'esser vivi che corrisponde approssimativamente al dubkha buddista, la sofferenza cronica da cui il Buddha ha proposto la liberazione. Essere o non essere non è il problema; essere è non essere. A causa delle sue ansie l'uomo non è mai del tutto posseduto da quello che Tillich chiama "il coraggio di essere", e per questo si sente sempre in colpa; non è mai stato completamente vero di fronte a se stesso."


AMLETO
Shakespeare
(atto terzo, scena prima)

« Essere, o non essere, questo è il problema:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d'atroce fortuna
o prender armi contro un mare d'affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient'altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l'ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell'oppressore, l'ingiuria dell'uomo superbo,
gli spasimi dell'amore disprezzato, il ritardo della legge,
l'insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione. »








lunedì 20 novembre 2017

LA SOLITUDINE DELLA LIBERAZIONE


"E' la solitudine della liberazione, del non trovare più la sicurezza confondendosi tra la folla, del non credere più che le regole del gioco siano le leggi di natura. E' per questo che trascendere l'io porta a una grande individualità.
Chi allora vuole seguire questo cammino? La liberazione inizia dal punto in cui l'ansia o la colpa diviene insopportabile, in cui l'individuo sente che non può più sopportare la sua situazione come un io opposto a una società estranea, a un universo in cui il dolore  e la morte lo negano, o ad emozioni negative che lo opprimono. Di solito è del tutto inconsapevole del fatto che la sua angoscia nasce da una contraddizione nelle regole del gioco sociale. Incolpa Dio,  gli altri o anche se stesso, ma nessuno di loro è responsabile. C'è stato semplicemente un errore le cui conseguenze non potevano essere previste da nessuno, un passo falso nell'adattamento biologico che, forse, all'inizio sembrava essere molto promettente. ...
E' così che l'io viene isolato come l'entità statica responsabile dell'azione, e da questo errore ha inizio il problema.
Nella ricerca della liberazione da questo problema l'individuo va dal guru o dallo psicoterapeuta con domande di questo tipo: "Come posso (io) sfuggire alla nascita-e-morte (samsara)?". "Cosa devo fare (io) per salvarmi?". "Come posso (io) smettere di bere troppo?" "Come posso uscire (io) da queste depressioni estreme?". "Ho paura di avere il cancro: come posso (io) smettere di preoccuparmi?". Tutte queste domande considerano reale la stessa illusione che costituisce il vero problema, ma cosa può fare il guru o terapeuta? Non può dire:"La smetta di preoccuparsi", perchè l'io non è in controllo, e proprio questo sembra essere il problema. Non può dire:"Accetti le sue paure", senza intendere che l'io sia un agente reale che può accettare attivamente. Non può dire: "Non c'è nulla da fare", senza dare l'impressione che l'io sia la vittima indifesa del destino. Non può dire:"Il suo problema è che pensa di essere un io" perchè chi pone la domanda sente in buona fede di esserlo, e se ha qualche dubbio si rifarà avanti con la domanda: "E allora come posso smettere di pensarlo?". Non si può dare una risposta diretta ad una domanda irrazionale, e questo è il motivo per cui un maestro Zen rispose, senza essere nemmeno lui di grande aiuto: "Quando saprai la risposta non farai la domanda!".


Mandala cosmico Rajastan XVIII°sec

venerdì 17 novembre 2017

IL DOLORE DEL DISTACCO

Quando si condivide la vita con un amico a quattro zampe per tanti anni, il distacco è sempre molto doloroso. Quei piccoli gesti quotidiani a cui eravamo ormai abituati lasciano un vuoto che, soprattutto nei primi giorni, sembra trasformarsi in una voragine senza fondo e un fiume di lacrime allaga gli spazi di quell'amicizia così speciale. Poco per volta il pianto si trasforma in gratitudine e ricordi a scaldare il cuore. Immagini  colorate tornano alla memoria e danno vita ad un sorriso in grado di scalfire il grigio mantello della tristezza. 
Il tempo che abbiamo condiviso, Matildina Highlander, è stato un dono prezioso, di crescita e di amore: grazie, gattina qi gong, per i tuoi tanti anni al mio fianco.





lunedì 13 novembre 2017

IL TEMPO DEL SOGNO

Visioni impalpabili scorrono e volano via.
Orme invisibili nella mia anima.
I pensieri sfrecciano come scie colorate nel cielo.
Li osservo.
Il grande vuoto mi appartiene
nella dimensione del senza tempo.

www.ildiamantearcobaleno.com

Mother of therld. SketchMother of the World. Sketch
1924

venerdì 10 novembre 2017

LA CONFUSIONE

Essere bambina, ragazza, donna, oggi, non è semplice. Essere bambino, ragazzo, uomo, oggi, non è semplice.
I  ruoli, che per tanto tempo hanno caratterizzato la figura maschile e femminile, sono crollati, lasciando in eredità una crisi d'identità che coinvolge tutti indistintamente dal genere.
Il grande cambiamento intervenuto con l'acquisizione di una maggiore indipendenza femminile ha stravolto gli schemi relazionali e ha acuito l'insicurezza insita nella mancata comprensione di chi siamo. Ognuno di noi ha in sè una parte maschile e femminile ed è il loro disequilibrio o la loro armonia a formare la realtà con cui ci confrontiamo. Se proviamo rabbia verso una parte di noi stessi e non la riconosciamo, inevitabilmente, esploderemo questa aggressività all'esterno per alleggerirne il peso: se non sentiamo questa emozione così distruttiva, infatti,  possiamo illuderci non esista. Questo tipo di atteggiamento annulla anche la lealtà all'interno dello stesso genere (cioè, con se stessi) dando vita nella quotidianità ad una lotta tra più schieramenti diretti e generati dagli schemi mentali dell'educazione e resi sempre più rigidi dalle esperienze vissute. Alla base di tutta questa confusione, la paura di ascoltarsi, di riconoscere le proprie emozioni e debolezze, di vedersi al di là della maschera sociale che ci nasconde. Solo un profondo lavoro individuale potrà trasformare questa confusione, in quanto solo nel momento in cui io riesco a essere in armonia dentro di me e a fare pace con le mie parti, sarò in grado di manifestare questo equilibrio.
Disperdiamo, con grande inconsapevolezza, tutte le nostre energie all'esterno in battaglie senza senso, dimenticando che il significato più profondo del nostro essere qui ed ora è crescere, ricordando la nostra unità.





lunedì 6 novembre 2017

COMPASSIONE VERSO NOI STESSI

La compassione (dal latino cum patior - soffro con - e dal greco συμπἀθεια , sym patheia - "simpatia", provare emozioni con..) è un sentimento per il quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui desiderando di alleviarla. 

Luigi Volpicelli, Lessico delle scienze dell'educazione, ed. Vallardi 1978, p.191

Quante volte abbiamo permesso alla realtà di coinvolgerci così profondamente 
da dimenticarci di noi stessi? 
Quante volte ci siamo dispiaciuti per gli altri 
 ignorando il nostro dolore? 
Quante volte abbiamo chiesto al nostro corpo più energia
di quanta fosse in grado di offrirci?
Quante volte abbiamo percepito il bisogno di isolarci e mollare il tiro e non l'abbiamo fatto? 
Quante volte il corpo sfinito ci ha  forzatamente fermato
e invece di trarre giovamento dalla pausa ci siamo giudicati e colpevolizzati?
Perchè è così difficile provare compassione per noi stessi?

Bella domanda. E bella la risposta. Ciò che risulta evidente è una scala di priorità che predilige un atteggiamento diretto all'esterno prima che all'interno. Una scala di priorità sostenuta dalle aspettative che nutriamo verso noi stessi o più precisamente verso l'immagine di noi stessi.
Il prezzo da pagare per soddisfare queste aspettative non ha importanza: a quanto pare siamo dell'idea che il crollo dell'immagine o del ruolo che ci siamo prefissati ci costi assai di più.
In effetti il sacrificio richiesto per essere coerenti con noi stessi è l'accettazione di chi siamo, paure e debolezze incluse. 
Il nascondere ad altri la nostra vulnerabilità diviene essenziale per non potenziare il nostro stesso giudizio già di per sè così pesante. 
E quando il corpo dichiara la resa? Che rabbia! Un ostacolo che non ci voleva: e così, a poco a poco, ci dividiamo in pezzi, il corpo con le sue debolezze da una parte e noi dall'altra, a specchiare l'incoerenza che non vogliamo vedere.
Per approfondire questi temi: IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI guardare alle cose cambiando prospettiva.








DOMANDE E RISPOSTE


"La domanda non formulata diventa offerta alla nostra vera natura. 
Una domanda concettualizzata ed espressa è in qualche modo una fuga davanti alla nostra intimità.

La vera domanda sorge dalla risposta e la sua risoluzione viene dalla nostra apertura a lasciarla riassorbirsi. Fare una domanda indica che abbiamo già l'intuizione della risposta.

"La nostra medesima natura conosce se stessa attraverso se stessa.
E' essa stessa nella sua unità essenziale, attraverso domande e risposte, che è contemplata come "Io".
Questo "essere" crea il meravigliarsi che si esprime sottoforma di domande e risposte."

Abhinavagupta, Paratrisika Vivarana

... Quando vi rendete conto che il bisogno di comprendere viene dalla persona, c'è chiarezza. Voler comprendere, è riportare ai propri limiti quello che è illimitato. E' una rassicurazione che rimane sempre nel quadro del conosciuto. Non si può comprendere lo sconosciuto, il nuovo. L'accumulazione di un sapere, di nozioni sulla tradizione, viene dalla paura e vi mantiene nell'insicurezza. Rendetevi conto che nulla può mai essere compreso.

.... ogni bisogno di condurre a sè il cammino da un punto di vista concettuale,
non fa che ostacolare il vostro vissuto.

Rimangono solo le carezze, i movimenti d'energia, in rapporto alle quali rimanete liberi, aperti ad ogni possibilità. Nella non paura, vivete sul piano della percezione. Non c'è niente da pensare. Tutto è presentito: tonalità, odore, sonorità, carezze.
L'inevitabile può solo compiersi. Lasciatevi portare. Il vero "io so" può presentarsi solo in un "io non so" totalmente abitato.
Quando vivete la vita di ogni giorno da un punto di vista di un "io non so", siete apertura. Ogni cosa è possibile. Vivete d'istante in istante, senza volontà di comprensione, senza confronti con il passato nè anticipazioni."


Festival dell'elefante indiano a Jaipur (India)