martedì 29 luglio 2014

SOLITUDINE O ISOLAMENTO?

Estratto da "Ricordi, sogni, riflessioni" di C.G. Jung:

"La solitudine non deriva dal fatto di non aver nessuno intorno, ma dall'incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell'inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell'amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l'amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri".


La solitudine è qualcosa che conosco in profondità e sul cui concetto ho meditato molto. Forse per la prima volta, non condivido totalmente il pensiero di Jung. La solitudine, per quanto l'esperienza mi ha insegnato, è qualcosa che ci appartiene e che gli altri specchiano solamente. Rappresenta, infatti, una mancata accettazione di noi stessi: questo crea un vuoto nella nostra interiorità e ci rende il restare soli penoso e denso di sofferenza. La dinamica mentale scatenata da questo vuoto è la ricerca sfrenata di accettazione da parte degli altri, con l'annesso dolore derivato dall'illusione che l'altro possa accettarmi, quando io stesso non sono in grado di farlo. Ho impiegato anni a maturare questo passaggio. Quando sono arrivata alla totale accettazione di me stessa, la solitudine si è trasformata da mancanza in pienezza e libertà. Definirei la solitudine a cui fa riferimento Jung con il termine isolamento: l'isolamento non deriva dal fatto di non aver nessuno intorno, ma dall'incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. Questo isolamento è vissuto con grande dolore quando la solitudine è mancanza di accettazione. E' un processo profondo e articolato quello dell'accettazione, ma proprio quando riesco a portarlo a compimento entro me stesso, acquisisco la mia individualità. Quell'individualità che non mi fa sentire in balia del giudizio, del confronto, dell'accettazione da parte dell'altro. Quell'individualità che mi permette di manifestarmi per quello che sono e di accettare l'altro per com'è. Non vi è la presunzione di essere migliori o la percezione di non essere all'altezza, ma solamente la consapevolezza dell'essere. Decade il bisogno di condividere la conoscenza senza discernimento e si impara il grande valore del silenzio.

TRADIRE SE STESSI

Cosa significa tradire se stessi? Cosa comporta tradire se stessi?

Il dizionario Treccani offre questo significato al verbo "tradire": Venire meno ai propri doveri più sacri, mancando alla fede debita o data, a impegni presi solennemente, alla fiducia che altri ha in noi.

Oggi non dedico spazio al tradimento che si esplicita all'esterno, ma a quello che si rivolge alla nostra interiorità. 
Cosa significa venire meno ai propri doveri più sacri? 
Qual è il dovere più sacro che appartiene all'uomo? 
Il mio sentire lo identifica con l'amore verso se stessi. Amore che si manifesta nel rispetto e nell'accettazione di ciò che siamo, della nostra natura, sia essa fisica o spirituale. La vita è una continua esperienza alla ricerca di noi stessi, un viaggio alla riscoperta di una comprensione più profonda della nostra interiorità. I passaggi della quotidianità sono uno strumento importante, al pari della nostra fisicità, per aiutare questo processo di identificazione del sè. 
Perché a volte è così doloroso vivere? 
La nostra natura manifestata ci porta a fare i conti con il dualismo energetico che ci rappresenta: da una parte il corpo fisico, la cui vibrazione è più densa e assonante con il livello materiale e si manifesta con l'"ego" e dall'altra l'essenza spirituale che permea la nostra fisicità e la cui vibrazione è più sottile e si manifesta con il Sè. Questo dualismo crea un vero e proprio conflitto al nostro interno, fin quando non raggiungeremo uno stato di Coscienza tale da indurci ad integrare la nostre energie ponendo la mente al servizio del cuore. La mente, nata come strumento di discernimento per renderci liberi di scegliere, se fuori controllo, non farà che operare scelte dettate esclusivamente dalla materialità (desiderio, aspettative, giudizio, confronto...) e fomenterà la nostra parte egoica, offuscando la nostra essenza. Questo creerà disarmonia e malessere, al pari di una vita vissuta in modo sbilanciato verso la spiritualità, rinnegando cioè la propria fisicità.
L'armonia ed il benessere nascono da una completa accettazione di noi stessi. Dal rispetto della nostra natura nella sua totalità. Tradire noi stessi è rinunciare a una parte di noi, è rifiutarla, rinnegarla, disprezzarla. Questa attitudine renderà il contrasto interiore fortemente auto-distruttivo.
Spesso non ci fermiamo a meditare sui danni che la nostra inconsapevolezza è in grado di produrre: ci focalizziamo sulle piccole cose perdendo di vista l'insieme. A caro prezzo.



lunedì 28 luglio 2014

LIBERAZIONE O RIMPIANTO?

Estratto da "Ricordi, sogni, riflessioni" di C. G. Jung:

"Secondo me non vi è una liberazione à tout prix. Non posso liberarmi di qualcosa che ancora non posseggo, o non ho fatto o vissuto. La vera liberazione è possibile solo quando ho fatto tutto ciò che potevo fare, quando mi sono completamente dedicato a una cosa e ho partecipato a essa al massimo. Se mi sottraggo alla partecipazione, sto amputando, in certo qual modo, la parte corrispondente della mia anima. Naturalmente, può accadere che la partecipazione mi costi troppo e ci possono essere buone ragioni per non abbandonarsi a una data esperienza. Ma allora sono costretto a confessare la mia impotenza, e a riconoscere che forse ho trascurato di fare qualcosa di vitale importanza  e che non ho adempiuto a un compito. In tal modo compenso la mancanza di un atto positivo con un chiaro riconoscimento della mia incompetenza. 
Un uomo che non è passato attraverso l'inferno delle passioni non le ha mai superate: esse continuano a dimorare nella casa vicina, e in qualsiasi momento può guizzarne una fiamma che può dar fuoco alla sua stessa casa. Se rinunciamo a troppe cose, se ce le lasciamo indietro, e quasi le dimentichiamo, c'è il pericolo che ciò a cui abbiamo rinunciato o che ci siamo lasciati dietro alle spalle, ritorni con raddoppiata violenza".


Condivido profondamente queste parole di Jung. Siamo spesso legati a schemi riguardanti quello che si deve o non si deve fare e spesse volte rinunciamo ad interessanti esperienze per abitudine, per chiusura mentale o per appagare un'immagine che ci appartiene così profondamente da farci dimenticare chi siamo. Ogni esperienza segna un nostro momento di maturazione e crescita. Dolorosa o di gioia che sia. A volte non ci sentiamo all'altezza dell'esperienza ed è importante riconoscere i nostri limiti imparando l'umiltà. Altre volte l'esperienza che stiamo portando avanti non ci dona più il benessere per cui l'abbiamo scelta: è fondamentale trovare il coraggio di lasciarla andare. Proprio attraverso questi passaggi della quotidianità abbiamo la possibilità di conoscerci meglio, di metterci in gioco e di rimetterci in discussione. In fondo il viaggio è la vita stessa, con i suoi percorsi in salita alternati alle discese ed è bello assaporarne con intensità ogni momento!

giovedì 24 luglio 2014

IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI ALLA MONDADORI DI LOVERE


Incontri d'Autore


Venerdì 25 Luglio 2014 
ore 21,00

alla MONDADORI
Piazza XIII Martiri 3
 LOVERE (BG)

IL POTERE

 Estratto da "Aforismi" di Carl Gustav Jung:

"Il potere rivendicato si ritorce sempre contro chi lo esercita: e lo si rivendica proprio quando si teme di perderlo. Non si dovrebbe avere paura di perderlo. Perdendo potere si guadagna in tranquillità."


Oggi ho scelto un argomento sul quale ho meditato fino allo sfinimento: il potere.
"Spesso è molto difficile tracciare un confine tra i veri ideali e una personale brama di potere" scrive Jung. 
Osservando la realtà ho realizzato quanto sia faticoso mantenersi in equilibrio sul tagliente filo del rasoio del potere. 
In effetti, inizialmente non riuscivo a staccarmi  da una concezione mentale che giudicava il potere: questo mi induceva a rifiutare la conoscenza per paura del potere che questa avrebbe inevitabilmente portato con sè. La conoscenza è una grande responsabilità: se utilizzata per fini materiali sfocia nella manipolazione a favore di un potere egoico e condanna karmicamente chi la detiene ad accollarsi il peso della sofferenza generata. Jung scrive anche: " I sentimenti di inferiorità sono un pendant del potere. Voler essere migliori o più intelligenti di quanto si è, è anch'esso potere." Il potere mentale è subdolo: anche la vittima manipola gli altri attraverso la propria modestia e fragilità. 
Ecco che riaffiora l'importanza dei concetti di umiltà e consapevolezza. 
Non posso che condividere profondamente queste parole tratte dal Libro Rosso di Jung:
"Chi impara a convivere con il proprio non-potere ha appreso molto".
La conoscenza è saggezza se diretta dalla consapevolezza con grande umiltà.

martedì 22 luglio 2014

LA CONOSCENZA

Estratti da "Ricordi, sogni, riflessioni" di Carl Gustav Jung:
pag. 184
"Il medico che non conosce per sua diretta esperienza l'effetto "numinoso" degli archetipi, difficilmente saprà sfuggire ai loro effetti negativi, trovandoseli di fronte nella sua clientela; sarà indotto a sopravvalutarli o a sottovalutarli, avendone solo un concetto intellettuale, ma non un termine di paragone empirico."
pag. 239
"Chi non ritiene che la conoscenza debba convertirsi in un obbligo morale, diviene preda del principio di potenza , e ciò produce effetti dannosi, rovinosi non solo per gli altri ma anche per lui stesso. Grande è la responsabilità umana verso le immagini dell'inconscio. Sbagliare a capirle, o eludere la responsabilità morale, significa privare l'esistenza della sua interezza, essere condannati a una vita penosamente frammentaria."


Queste frasi mi hanno colpito profondamente: è qualcosa che sento nel cuore da sempre. L'importanza del percorso esperienziale e della condivisione. 
Ho scelto il percorso manifestato solo quando ho sentito di essere pronta, dopo un lungo e travagliato lavoro su me stessa. Il mettermi in gioco è stato un ulteriore passaggio verso la consapevolezza: lo specchiarsi nell'altro è un approfondimento ancora più marcato del percorso fatto. E' un ritrovarsi per l'ennesima volta di fronte alle proprie paure e debolezze e realizzarne le sfumature per poterle nuovamente trascendere. 
L'ego è sempre stato un osso duro per me: la mia forza e la mia determinazione, se da un lato mi hanno aiutato a non mollare mai anche nel dolore più cupo, dall'altro hanno reso il mio carattere molto consistente. Abbattere la rigidità degli schemi e imparare a lasciarmi andare è stato un processo faticosissimo: alcuni passaggi hanno richiesto anni per essere elaborati completamente. La manipolazione del dolore e l'uso materiale della conoscenza, a cui spesse volte ho assistito, hanno generato in me una paura che ha bloccato per anni il mio espormi. Sapevo che nella mia umanità l'errore, seppur in buona fede, è sempre possibile e questo l'avevo accettato, come avevo realizzato che il blocco era un trattenere gli insegnamenti, ricevuti per essere condivisi, ma ho dovuto attendere pazientemente di sentirmi pronta: lo sono stata quando ho valutato di aver acquisito gli strumenti base (consapevolezza, rispetto, accettazione, distacco...) per ridurre al minimo un comportamento irresponsabile. E' stata una grandissima lezione di umiltà. Questo non ha evitato esperienze dolorose lungo il cammino, ma con il tempo ho compreso che sono assolutamente necessarie sia per me che per chi le condivide. Nel dolore si impara la vera apertura di cuore, quella che non costruisce barriere, ma accoglie sempre e comunque. 

lunedì 21 luglio 2014

ESSERE ED AMARE


Oggi ho postato ad una carissima amica dal cuore immenso il mio disegno con le riflessioni sull'essere donna ... desidero condividere anche le sue, perché contengono un messaggio meraviglioso: "Cosa posso fare io... cosa faccio?... in fondo sono molto simile a chi mi ha fatto soffrire... allora mi sono detta anche tu non sei capace di amore... di perdono... di compassione... parti da te... parti da te... e ringrazia il tuo passato perché ti ha permesso di essere ciò che sei tu ora..."

Essere ed amare...
provando a mettersi nei mocassini altrui...
anche di chi ci ha fatto o ci fa soffrire...
comprendendo ed accettando negli altri  anche i nostri limiti...
domandandosi...
ed ora che ho capito cosa faccio io...
come mi sto comportando...
cosa dò...
ciò che reclamo e che mi è stato negato,
che avrei dovuto avere e non ho...
cosa faccio io ora...
ora che ho compreso l’origine del mio passato...
ora tocca a me...
ora tocca a me amare così come avrei voluto essere amata...
ora tocca a me amare e comprendere 
 nonostante i miei limiti...
vedo i miei limiti
 e cerco di essere sconfinata...
immensa...

Amina

LE FERITE DEL PASSATO

Le ferite del passato spesso rimangono dentro di noi molto a lungo. Quando il dolore è grande, tendiamo a rimuoverlo, a dimenticarlo, a sotterrarlo nel nostro inconscio. Questo processo, assolutamente naturale ed automatico, attivato dalla nostra mente per autodifesa, non rende il dolore meno nostro, ma ne attutisce la dirompenza. Ci accorgiamo che è ancora racchiuso in noi quando viviamo situazioni o eventi che risuonano con esso e percepiamo un disagio, una sofferenza, difficilmente comprensibile a fronte del vissuto. Magari una banalità o una semplice frase hanno la forza di farci sentire inspiegabilmente a pezzi proprio perché fanno riaffiorare quell'antica ferita. 
Arrivano momenti nella vita in cui la nostra maturazione è pronta ad elaborare quella ferita e lo realizziamo quando ogni cosa sembra ricondurci ad essa. Spesso ci demoralizziamo pensando all'accanimento del destino nei nostri confronti, ma, al contrario, dovremmo cogliere l'occasione per un'elaborazione più profonda che ci permetta di essere finalmente liberi dal passato.
Il presente ci sta dicendo: "Ora sei pronto a lasciar andare! Hai acquisito gli strumenti per comprendere l'accaduto e il distacco necessario a osservarlo da una prospettiva più oggettiva."
Vi è sempre molta paura ad affrontare le vecchie ferite. Il tempo le rimargina e smettono di sanguinare, ma lasciano segni profondi nel nostro cuore ed essi inevitabilmente vincolano il presente con paura, chiusura e immobilità.
Quando il disgelo è a portata di mano, è importante accoglierlo e tornare a lasciar fluire la vita ...



domenica 20 luglio 2014

ESSERE


Essere donna.
Essere al di là del ruolo di bambina, figlia, mamma, moglie, amante ...
Quanta strada e quanta sofferenza per essere libera.
Accettare le proprie debolezze, le proprie paure e la propria forza.
Quanta fatica e quanto dolore per imparare a conoscersi, comprendersi e accettarsi:
amare il proprio corpo e la propria mente con lo sguardo del cuore.
Accogliere la propria essenza con consapevolezza 
per essere completa.

Essere uomo, essere donna.
I passaggi sono gli stessi.
Sono racchiusi entrambi dentro di noi.

Essere. Semplicemente.
Lasciandosi andare ...
per ricordare e tornare a sentirsi a casa.



mercoledì 16 luglio 2014

DARSI DA FARE

Oggi meditavo sul concetto del "darsi da fare" intensamente rispondente all'idea di produttività, registrata nel nostro DNA fin da piccoli. Un mondo in corsa sfrenata. Chi si ferma è perduto. Un universo infinito di aspettative e di caccia al risultato. Di sfinimento fisico alla ricerca della felicità smarrita. 
Appena ci fermiamo, dobbiamo fare i conti con noi stessi e stiamo malissimo: allora riprendiamo a correre e non ci pensiamo più.
Gli orientali, al contrario, seguono il tao, la corrente, il flusso della vita con attitudine meditativa (forse attualmente subiscono anche loro il fascino del progresso occidentale, ma innegabilmente la loro cultura li ha indirizzati in altro modo). 
E noi osserviamo le pratiche e le filosofie orientali e ne siamo affascinati. Percepiamo che nascondono qualcosa di magico, una chiave di lettura diversa. E proviamo a meditare. E la nostra mente va a mille e non ci permette nemmeno di rilassarci per pochi minuti. E diventiamo frustratissimi, e insoddisfatti andiamo alla ricerca del guru perfetto, in grado di far della nostra mente e dei nostri problemi tabula rasa. E, con la nostra energia confusa, incappiamo in personalità risonanti che per congrue somme ci donano l'illusione che stiamo inseguendo. E non cambia mai nulla. E torniamo imperterriti a "darci da fare". Perché è difficile fermarsi, anche quando si comprende che non si arriva da nessuna parte. Ad un traguardo ne seguirà un altro sempre più ambizioso e senza il quale non potremo essere felici. Gente strana noi occidentali.
Oggi propongo la giornata rilassata. Smettiamo per 24 ore di darci da fare. Questo non significa fermarsi totalmente, ma adempiere ai compiti della propria quotidianità con presenza, senza lasciar la mente correre avanti e pianificare tutto. Accogliamo con serenità l'imprevisto e viviamo con totalità. Togliamo dal vocabolario di oggi la parola "devo" e inseriamo "voglio". Non devo andare da nessuna parte, raggiungere chissà che cosa, ma voglio essere presente, centrato e rilassato nel qui e ora.


Buona avventura!


martedì 15 luglio 2014

PALLONCINI IN VOLO

Oggi ho fatto una meditazione stranissima. 
Meditavo sull'apertura di cuore, sulle barriere che erigiamo nei confronti dell'altro quando percepiamo dolore e all'improvviso ho visualizzato tanti palloncini in volo.
Salivano in cielo. Ad un certo punto hanno iniziato a scoppiare, l'involucro si è disperso e l'aria si è unita all'aria di tutti gli altri. Non vi era più divisione tra un palloncino e l'altro, tra un colore e l'altro, tutti erano tornati a far parte dell'Uno. 
Quando i palloncini hanno iniziato a esplodere è comparso il pensiero della morte con la restituzione alla materia del corpo fisico e l'unione dello Spirito con il Tutto. 
Allo stesso tempo è giunto il pensiero del percorso spirituale. Ci si può innalzare a tal punto da far scomparire ogni ostacolo all'apertura di cuore, seppur in un corpo fisico. 
L'aria all'interno di ogni palloncino ha la stessa natura di tutti gli altri, ma è l'involucro a regalare unicità ad ognuno. Mi piace identificare l'aria all'interno di ogni palloncino con il cuore, l'essenza spirituale di ognuno di noi.
I palloncini erano più o meno gonfi, come se il cuore fosse più o meno aperto. 
Quelli meno gonfi erano più vicini alla terra, stentavano a decollare, avevano come un filo invisibile che li tratteneva: il desiderio materiale, le aspettative, la paura, il dolore ... 
Questo non li differenziava dagli altri, ma rendeva la loro elevazione più impegnativa. 
Altri si accontentavano di volare a mezz'aria in equilibrio tra cielo e terra, mentre alcuni si innalzavano altissimi verso il sole. 
Questi ultimi proprio nella loro trasformazione ritrovavano in un abbraccio universale la loro realizzazione, il loro ritorno a casa.
Potrete pensare che sono fuori totale e forse è anche così. 
Ho imparato però una lezione importante. 
Ogni palloncino ha la sua storia. Il dolore, la sofferenza, la paura, la non accettazione ...  appesantiscono l'involucro esterno del palloncino, ostacolandone il volo. E gli altri palloncini non possono far altro che accettarlo e proseguire nel loro percorso in alto nel cielo. 
E quando il loro cuore avrà raggiunto la purezza di quell'abbraccio universale, potranno esserci, semplicemente, in totale accettazione e illuminare con l'accoglienza e la compassione i palloncini ancora in volo.





venerdì 11 luglio 2014

L'ILLUSIONE DELLA DINAMICA DEL DOLORE

Oggi desidero riflettere sul dolore e sulla sua dinamica di manifestazione. Quando si prova un grande dolore, si ha la percezione di essere piombati in un buco nero senza vie d'uscita: si diventa rigidi e immediatamente si creano barriere di autodifesa alla chiusura in se stessi. Ci si percepisce vulnerabili, per cui è naturale ripararsi dal giudizio o dall'insensibilità di chi ci è vicino e potrebbe, anche involontariamente, accrescere la nostra sofferenza. Si diventa, inoltre, soggettivi all'ennesima potenza. Cosa significa? Che nel buco non c'è spazio per altro che non sia il dolore che ci appartiene. I pensieri sono cupi, ci si sente persi e sfiniti. 
Un buco ha sempre una via d'uscita se sappiamo alzare gli occhi al cielo. Il problema è che centriamo  il nostro sguardo sulle pareti della fossa e queste non fanno che rimandarci dolore. L'assenza di forze, determinata dalla situazione, crea in noi l'illusione di poter uscire da tanto dolore solo aggrappandoci a qualcosa di esterno che sappia tirarci fuori dal buco: in quel qualcosa identifichiamo la Luce della via d'uscita.
Immaginiamo una situazione reale. Di essere finiti in un buco nel terreno e di essere soli. Se guardiamo intorno a noi solo terra. Se guardiamo in alto Luce. Ma come fare a uscire? Vediamo sporgere un ramo (qualcuno ci tende la mano, ma non sarà mai in grado di uscire dal buco al posto nostro o di tirarci fuori dalla voragine in cui siamo caduti senza uno sforzo attivo da parte nostra: il rischio più grande è che nel buco ci si finisca in due!) in alto sopra di noi. Qui scatta l'illusione della dinamica del dolore: nasce la convinzione che il ramo sappia farci uscire dal baratro. Il ramo è semplicemente presente. Questo può offrirci niente, altro. Sta a noi aggrapparci ad esso, con tutte le nostre forze, cercando di risalire le pareti di dolore che ci circondano. Dobbiamo scalare il dolore cercando di comprendere l'insegnamento esperienziale in esso racchiuso. E come siamo finiti dentro al dolore in modo soggettivo, dobbiamo trovare la forza di venirne fuori in modo oggettivo. Da soli. Nessuno sarà mai in grado di cancellare  quel dolore per farci stare meglio, neanche noi. Quel dolore esiste, ci appartiene, fa parte della nostra esperienza di crescita. Possiamo scegliere di rimanervi agganciati per sempre. Oppure possiamo scegliere di trattenere l'insegnamento scaturito dall'esperienza e lasciarlo andare, per tornare a vivere il presente al posto del passato. Siamo liberi di scegliere. E la nostra vita specchierà la nostra scelta. Potremo scegliere la schiavitù del dolore (anche se non scegliamo, rimanendo immobili, scegliamo in questo senso!!!!) o la libertà dell'essere.



RISPETTO E LIBERTA'

 Estratto da 
"IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI guardare alle cose cambiando prospettiva" 
 Edizioni Mediterranee - il mio libro ;-)

"Scegliere con consapevolezza significa rispettare se stessi e gli altri. Quante volte siamo stati colti dai dubbi nel momento della scelta? Credo che il rispetto sia lo strumento migliore a nostra disposizione per valutare la correttezza delle nostre decisioni, a partire dal riguardo che dovremmo sempre avere nei confronti delle persone che ci circondano e che inevitabilmente saranno condizionate dalle nostre deliberazioni. La vera libertà non significa unicamente indipendenza, ma armonia con ciò che siamo e con chi ci circonda."


giovedì 10 luglio 2014

MEGLIO SOLI O ACCOMPAGNATI?

 Estratto da "Il Libro Rosso" di Jung:

"Quando siete in comunione, ciascuno si sottometta all'Altro, in modo che la comunione si mantenga, perché essa vi è necessaria.
Quando siete soli, il singolo anteponga se stesso agli altri, in modo che ciascuno torni a se stesso ed eviti la schiavitù.
Nella comunione ci sia la continenza, nell'esser soli viga la prodigalità.
Comunione significa profondità, l'esser soli significa elevazione.
La giusta misura nella comunione purifica e mantiene.
La giusta misura nell'esser soli purifica e aggiunge.
L'essere in comunione ci dà il calore, l'esser soli ci dà la luce."


Bellissima questa riflessione di Jung. Leggendola, non ho potuto fare a meno di pensare al concetto di abnegazione, presente in una frase del Maestro Tibetano canalizzata da Alice A. Bailey:

"Che le Forze della Luce portino illuminazione al genere umano.
Che lo Spirito di Pace si diffonda.
Possano gli uomini di buona volontà unirsi in spirito di cooperazione.
Possa l'abnegazione essere la nota dominante di quest'epoca.
Che il potere assista gli sforzi dei Grandi Esseri.
Così sia, e aiutateci a fare la nostra parte."

Oggi non desidero aggiungere altro. 

martedì 8 luglio 2014

PERCHE' CI SENTIAMO TRADITI?

Oggi mi sono svegliata con questo interrogativo in testa. Cercherò di far chiarezza, scrivendo.
Sotto la doccia mi è saltato in mente il termine fiducia cieca. 
Quando la fiducia è cieca? Quando è totale, quando non contempla il minimo dubbio e, di conseguenza, perde il contatto con la realtà. Posso fidarmi ciecamente di un altro o di me stesso.
In entrambi i casi, prima o poi dovrò fare i conti con la realtà oggettiva. Dovrò, quindi, mettere da parte le lenti della fiducia cieca che mi avranno indotto a giustificare ogni segnale, a volte anche in modo inverosimile, pur di non scalfirla. Quando si verifica l'impatto con "le cose stanno diversamente da come credevo" è una mazzata di portata cosmica. Il mondo mi crolla letteralmente addosso e il dubbio emerge feroce sparandomi in faccia un basito "Ma come ho fatto a non accorgermene?".
E' il momento di fare i conti con se stessi e con il dolore della realizzazione della propria presunzione. Quando sono convinto di sapere tutto, per il mio bene, mi verrà dimostrato che non è affatto così. Solitamente si rimane talmente scottati che ci si ritrae nel proprio guscio e si colpevolizza la fiducia per il dolore provato. E si smette di averne, verso gli altri e verso se stessi. E si passa dalla situazione del "so tutto io" all'estremo opposto "non so più di chi fidarmi o non so più cosa sia giusto per me." L'esperienza porta comprensione e la crescita consiste proprio nel trovare un equilibrio tra gli opposti. La fiducia deve mantenere la sua parte di dubbio oggettivo.
Non ci si può affidare alla fiducia cieca, ma neanche dubitare di tutto.


lunedì 7 luglio 2014

... ALTRIMENTI CI ARRABBIAMO!

Il post di oggi vuole aprire le porte ad un "brain storming" generale. Più riflessioni postiamo e più avremo la possibilità di riflettere a nostra volta osservando la situazione da prospettive differenti e rimettendoci in gioco. Il tema che vi sottopongo è:

Perché ci arrabbiamo quando le cose non vanno per il verso 
"che riteniamo quello giusto"?

Inizio io. Personalmente mi arrabbio quando gli eventi scatenanti vanno a risuonare con una mia paura o debolezza e portano a galla la mia vulnerabilità passandomi la percezione di perdere il controllo della situazione. Per carattere non ho mai scatenato la rabbia esternamente, ma tendo a respirare profondamente lasciandola decrescere e poi quando sono più serena mi prendo del tempo per analizzare l'accaduto e intervenire successivamente, quando possibile, dialogando ed esprimendo il mio disagio. Lavorando su me stessa per tanti anni, ho imparato a lasciar andare molto più di prima, ma la rabbia è qualcosa che devo fronteggiare periodicamente in quanto proprio attraverso un'autoanalisi consapevole sto gradatamente dissotterrando anche eventi di altre vite che devono essere rielaborati da una prospettiva evolutiva. 
La rabbia si manifesta  spesso con dolore e sofferenza, con una profonda inquietudine e, a livello sottile, con un blocco energetico. E' un'emozione fortemente distruttiva sia che venga rivolta all'esterno che trattenuta (in tal caso si rivela autodistruttiva). La proprietà più evidente della rabbia è la sua intensità, non per altro l'immagine del fuoco con la sua potenzialità di bruciare tutto, la rappresenta molto bene. Il fuoco, se non divampa selvaggiamente, ha però anche la proprietà di bruciare ciò che non ci serve più per rinascere a nuova vita (come l'araba fenice).
Ed è proprio con quel fuoco interiore che dobbiamo aver a che fare quando lavoriamo sulla rabbia. Le sue fiamme ci bruciano dentro, se le lasciamo esplodere seguendo la rabbia, per cui è importante bilanciare il fuoco con la terra - le radici sono determinanti per mantenere equilibrio e stabilità - e l'acqua - per avere la flessibilità del lasciar andare. 
E ben radicati e flessibili si parte alla scoperta della debolezza o paura che ci sta bloccando per elaborarla e trascenderla grazie alla sua accettazione. E ascoltandosi si cresce e ci si arrabbia sempre meno ;-)
A voi la penna.


sabato 5 luglio 2014

AVIDITA' E POTERE

Oggi guardiamo alle cose cambiando prospettiva, proprio come propongo nel mio libro "Il coraggio di ascoltarsi" (Ed. Mediterranee).
Il mio post sulla sindrome da crocerossina ha raggiunto grande popolarità per cui ho pensato di approfondirne alcuni aspetti.
Avete mai riflettuto sul fatto che quando doniamo senza volere nulla in cambio ci arroghiamo inconsciamente potere sull'altra persona? 
Si crea infatti un debito karmico e si nega all'altro la libertà dell'agire: di fatto non potendosi sdebitare,  non potrà vivere con leggerezza ulteriori richieste nei nostri confronti perché sentendosi in difetto rimarrà per sempre collegato a noi da questa percezione. Vestiremo, quindi, più e meno consapevolmente, il manto del tiranno.
E vi siete mai soffermati a pensare al fatto che quando ci aspettiamo sempre tutto dagli altri senza offrire nulla in cambio siamo semplicemente avidi? Quando tutto è dovuto non possono esistere né equilibrio né libertà.
Ora osserviamo la realtà che ci circonda da questa prospettiva. Avidità e potere imperano incontrastati. Aspetti differenti, ma entrambi dettati dal desiderio mentale di avere sempre di più.
Chi è saggio non regala nulla e non pretende nulla gratuitamente, perché vuole che il proprio giardino fiorisca per forza propria ...

Un commento che mi è stato fatto mi ha indotto ad aggiornare il post: una cara amica mi ha scritto che credeva ci fosse almeno un'eccezione: cioè, quando chi dona lo fa a una o più persone che ama con tutto il cuore e per le quali  la felicità del ricevente conta più della propria.

La purezza d'intento è alla base del donare: se si dona con il cuore, il ritorno è la serenità stessa del ricevente in quanto si è giunti a comprendere che tutto è UNO. La felicità del ricevente non conta più della propria, ma è la mia stessa felicità.
Gesù diceva: "Ama il prossimo tuo come te stesso" e quando vi è unione di cuori non può essere che così; questa attitudine si manifesta quando siamo riusciti a trascendere l'ego e quindi, il desiderio mentale di avere sempre di più.

Con questo post ci tenevo a focalizzare l'importanza di un lavoro individuale verso la consapevolezza, un lavoro centrato sulla propria interiorità.
Spesso, nell'ambito spirituale in particolar modo, ho visto manipolare il dolore e la sofferenza proprio per via di una dinamica di potere. Allo stesso modo, ho visto persone non essere in grado di uscire dal tunnel del vittimismo per via di una dinamica di avidità. A volte, inconsapevolmente, si fanno danni pur convinti di aiutare l'altro.
L'esperienza individuale è la strada per crescere e questo lo si impara sperimentando.  
Non bisogna mai dimenticare che si raccoglie quello che si semina e se con umiltà si cura il proprio giardino con pazienza, cura ed amore si coglieranno i frutti di tanta dedizione e si diverrà consapevoli di quanto sia importante rispettare il giardino altrui.


venerdì 4 luglio 2014

PERCHE' CI PRENDIAMO TROPPO SUL SERIO?

Estratto da "Il Libro Rosso" di Jung:

"Se altri mi deridono, nondimeno sono loro a far questo, e a loro posso dare la colpa, dimenticando così di deridermi da solo. Ma chi non è capace di fare dell'ironia su se stesso diverrà lo zimbello di altri. Allora accetta anche di fare dell'ironia su te stesso affinché scompaia da te ogni aspetto divino ed eroico e tu divenga interamente e soltanto umano. Il tuo lato divino ed eroico muove a derisione l'Altro in te. Per amore dell'Altro in te, deponi il tuo ruolo di personaggio ammirato che finora hai recitato davanti a te stesso, e diventa quello che sei."


Oggi ho scelto di essere provocatoria, toccando un tasto che personalmente mi ha dato tantissimo filo da torcere. La serietà. E quindi la rigidità ad essa strettamente collegata.
Per gran parte della mia vita, infatti, ho seguito i modelli che mi sono stati trasmessi dall'educazione, dalla società e dalla religione, dove  il concetto di "giusto" e "sbagliato" impera e detta legge. Ovviamente un'attitudine di questo tipo non ha potuto che rendermi feroce giudice di me stessa in primis e degli altri conseguentemente. Ecco la sensibilità trasformarsi in vulnerabilità, la diversità e l'anticonformismo in emarginazione, la mancanza di ambizione in fallimento ... e via di seguito. Inutile dire che vivevo molto male questa situazione e ad un certo punto il dolore fu talmente grande che rimisi tutto in discussione. E imparai ad accettarmi per quello che ero. Assaporai immediatamente la flessibilità e la leggerezza dell'accettazione. Imparai a lasciar andare ruoli ed aspettative e a sorridere alla vita. Imparai l'importanza dell'ironia e del distacco grazie alla consapevolezza. 
E ricevetti un dono magnifico: la libertà dell'essere.

giovedì 3 luglio 2014

ACCETTARSI PER COME SI E'

Estratto da "Il Libro Rosso" di Jung:

"Non che il vivere con il proprio Sé sia bello o piacevole, ma questo serve alla redenzione del Sé. Del resto, è possibile abbandonare se stessi? In tal modo si diventa schiavi di se stessi. E questo è il contrario dell'accettare il Sé. Se si diventa schiavi di se stessi - il che accade a chiunque abbandoni se stesso - si viene vissuti dal Sé. Non si vive il proprio Sé; quest'ultimo vive se stesso.
La virtù ignara di se stessa è un'innaturale alienazione della propria essenza,  che in tal modo viene privata della maturazione. E' un peccato alienare l'Altro dal proprio Sé facendo valere la propria virtuosità, per esempio addossandosi il suo fardello. Questo peccato si ripercuote su di noi. 
La sottomissione è già sufficiente, ampiamente sufficiente, se noi ci sottomettiamo al nostro Sé. L'opera di redenzione, semmai fosse lecito pronunciare questa parola così grande, va sempre praticata anzitutto su noi stessi. Senza amore verso noi stessi quest'opera non può essere realizzata. Ma va poi realizzata davvero?
Ovviamente no, se si è in grado di sopportare l'attuale situazione e non si avverte il bisogno di redenzione. Alla fine, il gravoso sentimento di aver bisogno di redenzione può diventare nauseante. Allora si cerca di liberarsene, e in questo modo si finisce nell'opera di redenzione. "


Oggi ho scelto di postare un passaggio di Jung molto prezioso per la sua valenza liberatoria e allo stesso tempo fonte di comprensione. Riguarda la presa di coscienza, ed il processo ad essa collegato, di accettazione di noi stessi. Non tutti ne sentono l'esigenza per cui evidenzia l'importanza di una spinta interiore a percorrere la via verso la consapevolezza. Spinta interiore che prende vita naturalmente da un senso di inquietudine e di disagio generalizzato che induce l'essere a ricercare comprensione al sentire. Addentrandosi in questa ricerca ci si imbatte quasi subito nelle proprie debolezze e paure, dalle quali si tende inconsciamente a fuggire per evitare il malessere da esse generato, e si realizza quanto questo rifiuto crei degli spazi vuoti dentro di noi. Ben presto si comprende che il dolore scaturisce dal vuoto e non dalla debolezza o dalla paura che ci appartiene. Perché non è possibile abbandonare se stessi senza dare potere a ciò che si rifiuta, diventandone conseguentemente schiavi (l'estrema vulnerabilità al giudizio emerge proprio da questa attitudine inconsapevole). Questa comprensione stimola l'opera di redenzione che può realizzarsi solo grazie all'amore verso se stessi.

martedì 1 luglio 2014

LA SINDROME DELLA CROCEROSSINA

Estratto da "Il Libro Rosso" di Jung:

"Non sai forse che la natura concima i propri campi anche di esseri umani? Accogli colui che sta cercando, ma non andare tu alla ricerca di coloro che errano. Che ne sai tu del loro errore? Forse è sacrosanto. Non guardare indietro e non dispiacerti. Vedi cadere molti accanto a te? Provi compassione? Ma tu devi vivere la tua vita, in modo che, tra mille, almeno uno ne rimanga. La morte non puoi arrestarla."


Avessi letto queste parole diversi anni fa, non le avrei comprese e sicuramente le avrei ferocemente giudicate. Oggi, il percorso fatto, mi ha donato la consapevolezza del profondo insegnamento in esse racchiuso. 
Perché? Perché si fondano su un faticoso e doloroso processo di accettazione di me stessa. 
Forse quando si è giovanissimi si sogna con i piedi per aria, ma l'esperienza insegna che le radici sono quanto mai necessarie e l'unica via per aiutare gli altri é aiutare se stessi. 
Quando si impara ad accettarsi è naturale accettare anche l'altro per quello che è e nutrire un profondo rispetto per il suo percorso esperienziale, perché proprio attraverso il superamento delle difficoltà si matura e si cresce ... solo facendo i conti con la propria malattia ci si ferma a fare i conti anche con se stessi. 
Spesso il desiderio di aiutare gli altri, essendo sempre disponibili e servizievoli, sottende un profondo bisogno di essere accettati ed amati. 
E questo vuoto interiore può essere colmato solo imparando ad accettare ed amare se stessi.