martedì 19 aprile 2016

RIFLESSIONI SULL'UOMO

Oggi posto un estratto molto significativo di Bennet (Gurdjieff Un nuovo mondo):

"Il nostro guaio è che pretendiamo il prestigio e i privilegi, a cui un vero uomo ha diritto, senza aver pagato il prezzo per diventare veri uomini e vere donne. Sin dal Seicento i Diritti dell'Uomo hanno influenzato il nostro atteggiamento, a un punto tale che anche coloro che sono stati attratti dalle idee di Gurdjieff raramente si sono fermati a considerare tutte le implicazioni della domanda perchè dovremmo essere comunque qui. Noi valutiamo la maggior parte delle cose a seconda della loro eventuale utilità per noi, e tuttavia non ci viene in mente di chiedere se non ci incombe l'obbligo di essere utili a qualche scopo che non sia la soddisfazione dei nostri desideri umani, o per lo meno dei nostri bisogni umani. Noi non afferriamo in pieno il significato dell'affermazione secondo cui la nobiltà dell'uomo consiste in ciò che egli può diventare e in ciò che può dare, non in cio' che è e in ciò che ha.  Un motivo di ciò è il nostro egoismo, ma un altro ostacolo ugualmente grave è la nostra ignoranza. Noi non sappiamo ciò che possiamo diventare o che possiamo dare. Per conoscere queste cose occorre che scopriamo il vero legame tra la nostra natura umana e la natura universale."


Leggendo questo estratto di Bennet ho subito pensato ad un altro estratto del Chuang Tzu tradotto da  Augusto Shantena Sabbadini (Chuang Tzu) :

L’albero inutile 
Il mastro falegname Shi, in viaggio verso il paese di Qi, attraversando un villaggio vide un’immensa quercia presso il tempietto del dio del luogo. La sua ombra era tanto vasta che poteva offrire riparo a migliaia di buoi, il suo tronco misurava cento spanne e la sua chioma era grande come una collina. I rami più bassi si trovavano a ottanta piedi dal suolo e da una dozzina di essi si sarebbe potuto fabbricare delle barche. Intorno all’albero c’era una tal folla di viandanti che sembrava una fiera. Ma mastro Shi non lo degnò di uno sguardo e proseguì per la sua strada. Il suo apprendista si fermò a contemplare l’albero a lungo, poi raggiunse di corsa il falegname e gli disse: “Maestro, da quando hai cominciato a insegnarmi a maneggiare l’ascia non ho mai visto del legname tanto bello. Perché non ti sei neppure fermato a guardarlo?”
“Lascia perdere,” disse il falegname. “È un albero inutile. Se ne fai delle barche, affondano; se ne fai delle bare, marciscono in fretta; se ne fai delle porte, trasudano resina; se ne fai dei pilastri, sono subito tarlati. Quest’albero non serve a nulla. È proprio per questo che ha potuto diventare tanto vecchio.”  Ritornato a casa, mastro Shi ebbe un sogno. La quercia gli apparve in sogno e gli disse: “Perché fai confronti? Vorresti che assomigliassi agli alberi utili? Il ciliegio, il pero, l’arancio, il limone, tutti gli alberi da frutta, quando i loro frutti sono maturi vengono saccheggiati; i loro rami grossi vengono spezzati, i rametti danneggiati. Per via della loro utilità hanno una vita tormentata e muoiono prematuramente. Sono essi stessi la causa della loro sciagura. E lo stesso vale per tutti gli altri esseri. Io ho cercato a lungo l’inutilità e finalmente, prossimo alla fine dei miei giorni, ci sono arrivato. Questa inutilità mi è molto utile. Se servissi a qualcosa, come avrei potuto raggiungere queste dimensioni? Tu e io siamo entrambi creature. Come può una creatura giudicarne un’altra? Tu, un uomo inutile alla fine dei suoi giorni, pretendi di giudicare l’inutilità di un albero?”
(Zhuangzi, IV) 

Gurdjieff ricerca il significato del nostro essere qui  e  Chuang Tsu valorizza l'utilità dell'inutilità. Sembra una contraddizione in termini, ma non lo è affatto. 

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