domenica 31 dicembre 2017

NON SI VEDE BENE CHE COL CUORE

Non si vede bene che con il cuore,
l'essenziale è invisibile agli occhi.

"Il piccolo principe"
A. De Sainte-Exupery


Quando il cuore è cieco, la mente si sostituisce ad esso nell'illusione che non esistano segreti in grado di trascendere la sua capacità di comprensione. 
Capacità di comprensione strettamente individuale, che poggia su schemi di ragionamento personali. Mi piace immaginare la mente come un teleobiettivo molto potente in grado di ingrandire il particolare, ma con un inevitabile appiattimento dei piani (a causa degli effetti della distorsione prospettica). Quello che si vede non è identico a quello che si vedrebbe avvicinandosi al particolare ad occhio nudo poichè il teleobiettivo riduce la profondità del campo visivo.
Se guardo all'altro con il teleobiettivo inevitabilmente ne vedrò un'immagine rimodellata che risulta precisa solo per il mio modo di osservarla:  ad occhio nudo i contorni risulterebbero sfocati e mi scontrerei con l'incapacità di una visione nitida.
E con tutto questo giro di parole dove voglio arrivare? Alla presunzione.
Alla presunzione che caratterizza chi pensa di essere in grado di vedere tutto, di capire tutto. Anche la mia, certo. La mia ricerca è nata dal mio inarrestabile tentativo di comprendere, di approfondire, di andare oltre. Ora sono cosciente di quanto spesso la mia ricerca sia stata sostenuta dalla presunzione.  Il 2017  mi ha assestato così tante legnate per farmelo capire, che nonostante il mio amore sconsiderato per i teleobiettivi, ho dovuto arrendermi al fatto che non tutto può essere visto o compreso. Questa consapevolezza mi ha messo a nudo di fronte al mio cuore: un cuore barricato dietro il teleobiettivo di una mente presuntuosa. Quando ho abbassato il teleobiettivo non è stato facile realizzarlo e allo stesso tempo scoprire il vuoto di cuore e la presunzione celati dietro tutti quegli inarrestabili tentativi di svelare segreti non accessibili. Mi appresto a chiudere quest'anno riponendo il teleobiettivo per guardare meglio il vuoto che la presunzione aveva riempito di significati per renderlo meno gravoso. Un vuoto gigante, strabordante, che di primo acchito mi ha travolto quando dal bordo del precipizio lo osservavo intuendo in esso la fine di qualcosa che è parte di me. Il coraggio di saltarci dentro a piè pari è maturato con il tempo e la pazienza e ha richiesto un vuoto più ampio, di tipo esteriore, che lasciasse spazio al silenzio e all'introspezione. Essere nel vuoto non è così male, mi ripeto continuamente: tutto è possibile, in libertà. Una libertà che sta prendendo forma nella leggerezza del non dover comprendere tutto, nella ricchezza di segreti di ciò che mi circonda, e che allo stesso tempo mi spaventa per la percezione di inutilità che scatena in me e che deve essere disgregata insieme alla presunzione del mio ego. Tra lo stupore e la paura osservo la mia umanità, il mio puntino irrilevante nell'universo, la mia unicità. Ritorna ad essere un puntino, mi sussurra il cuore. 
"E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante" disse la volpe al Piccolo Principe e nel vuoto accolgo il suo messaggio. E quando tutto intorno sembra vuoto, a specchiare il vuoto dentro di me, un nuovo inizio è alle porte.


domenica 24 dicembre 2017

STARE, CON LEGGEREZZA

Passeggiando in spiaggia a Makunudu si incontrano spesso branchi di piccole sterne stazionari sulla battigia. 
Le piccol sterne sono molto territoriali, tanto da attaccare un airone ben più grande di loro fino a farlo alzare in volo. Anche la presenza umana le preoccupa, ma solo nel momento in cui si avvicina   troppo: un paio di metri, solitamente è il limite invalicabile. 
E' bello osservare il branco quando avverte un pericolo: si alza in volo seguendo una gerarchia interna, riducendo il numero delle sterne stazionarie gradatamente e cercando di tornare a riacquistare la posizione perduta quanto prima. Difficilmente le sterne abbandonano  totalmente il territorio: quelle più vicine al pericolo si alzano in volo, mentre le altre già in volo seguono la presenza estranea riposizionandosi dietro di essa. Si crea come un onda ed è bellissimo osservarne l'armonia e la coordinazione.
Ogni sterna ha il suo spazio nel branco e il branco stesso sembra un unico organismo che con leggerezza si trasforma. 
La forza del branco è evidente: tutti per uno, uno per tutti.
Immaginiamo al loro posto un gruppo di persone e un pericolo incombente. Non vado oltre.
La natura è da sempre una grande insegnante di vita.






sabato 23 dicembre 2017

CHE L'AVVENTURA ABBIA INIZIO

Quando si prende un aereo per andare lontano è sempre una grande emozione. Lasciare ciò che si conosce e l’abitudine della quotidianità per aprirsi al mondo, ci rimette in gioco e ci offre nuove prospettive di ascolto.
Ieri è iniziata la mia avventura per un Natale alternativo, al sole delle Maldive: Makunudu, la destinazione.  Dopo un viaggio aereo lungo, ma senza disagi (con l’età si tende a prediligere compagnie di linea ai charter low cost) sono arrivata a Male. 
L’impatto con il clima è stato immediato, da qualche grado sopra lo 0° C a 27° C, ed il corpo ha sentito il contraccolpo: il vento lo ha alleggerito, ma ha reso il viaggio in barca veloce un’esperienza indimenticabile  e saltellante tra le onde. L’approdo a Makunudu è avvenuto dopo circa 45 minuti e la gentilezza maldiviana lo ha reso speciale, al di là dello sguardo velato di stanchezza.
La naturale bellezza dell’isola ed il suo silenzio, rotto solo dall’infrangersi delle onde sulla battigia, dal frusciare del vento tra le foglie e dallo stridio dei gabbiani, l’intimità e la riservatezza delle stanze avvolte dalla vegetazione con la loro spiaggetta riservata, il mare con i suoi colori sfumati dal turchese al blu, hanno svelato il paradiso che avrebbe accolto la mia settimana.
Ho scelto quest’isola proprio per la sua semplicità. Non amo la vivacità dei grandi resort .
Svegliarsi tra i colori della natura è meraviglioso, la sua intimità lo è. Assaporare la cucina di un’altra cultura, aprirsi ad idiomi non abituali, a sorrisi e volti sconosciuti, rende il buongiorno ricco e piacevole.
Il tempo si dilata disperdendo i ritmi frenetici della quotidianità e lo spazio si espande con i suoi fili invisibili a creare armonia e pace.





martedì 19 dicembre 2017

I FILI INVISIBILI

Un filo invisibile mi sfiora:
lo osservo, lo sento, mi piace.
D'un tratto mi trovo a seguirlo
e scopro un sentiero, una possibilità,
che risuona con me,
che non conoscevo
e mi incuriosisce.
Proseguo con attenzione lungo il filo invisibile
e mi ascolto:
vedo ombre che non pensavo di avere,
vedo potenzialità che non ho sviluppato.
Un altro filo invisibile mi sfiora:
lo osservo, lo sento, mi piace.
Lascio andare il filo precedente
per accogliere l'invito di una nuova via
più coerente con la mia trasformazione.
Il viaggio nella profondità del mio essere
è un intrecciarsi di fili
che mi legano al mondo 
 e che mi allontanano da esso 
in un dolce fluttuare tra gli specchi di ciò che sono.






giovedì 14 dicembre 2017

OSSERVO O ASCOLTO?

Ci sono momenti in cui l'osservazione della realtà cattura tutta la nostra attenzione stimolando in noi l'emersione di emozioni, ricordi, immagini. La curiosità dirige l'energia all'esterno e il corpo e le percezioni la riportano all'interno. Non possiamo essere ubiquitari e, quindi, ci tocca scegliere una direzione per poterla approfondire. Se restiamo proiettati all'esterno rischiamo di incrementare il flusso emotivo e la conseguente confusione che una mancata elaborazione dello stesso può determinare. Il ritorno all'ascolto, di primo acchito, ci può apparire bloccante, soprattutto quando ci pone di fronte a troppe informazioni tutte insieme ed è difficile scandagliarle per arrivare a comprenderne la fonte, che è sempre di natura interiore sebbene la realtà abbia risuonato con essa tanto da travolgerci. Riuscire a fare silenzio e rimanere aperti nella tempesta è l'approccio migliore: lascare o cazzare le vele della nostra barchetta in un mare in burrasca non serve, dobbiamo aspettare che il vento emotivo si calmi per incanalarne l'energia in modo costruttivo. Disidentificarsi con le emozioni è il primo passo e per farlo è importante lasciare il ruolo di attore protagonista, sedersi in platea, respirare e guardare alle cose cambiando prospettiva. Non bisogna avere fretta e quando meno ce l’aspettiamo un’immagine o un’intuizione prenderà forma e ci svelerà una direzione da seguire. Il rischio maggiore, a questo punto, è analizzare razionalmente quanto accade filtrandone l’energia e bloccandone  la manifestazione spontanea. In questo processo siamo gli artisti delle conclusioni affrettate, dei giudizi emanati e dell’astrazione concettuale: l’esserne consapevoli ci evita di salire sul primo freccia rossa che passa e finire nella stazione sbagliata, ma che ci piacerebbe di più. Sì, perché, ahimè, capita spesso e volentieri di finire esattamente nei sobborghi periferici e malfamati che avremmo voluto evitare. Paure e debolezze si trovano a loro agio nel fango del nostro dimenticatoio ed è proprio lì che ci tocca riscoprirle. Un bel viaggio arzigogolato, quello all’interno di noi stessi, tanto che ci sembra di macinare km di salite ripidissime e discese vertiginose senza aver mosso neanche un passo, o almeno così ci sembra.



lunedì 11 dicembre 2017

PRESENTAZIONE AL CENTRO PANNUNZIO DI TORINO



Presentazione del libro 


Con la scrittrice

Donatella Coda Zabetta 

relatore: Giancarlo Caselli

Centro Pannunzio  
via Maria Vittoria 35/H - Torino 
ore 18,00
Introduzione di Stefano Morelli


visita il sito www.centropannunzio.it

DIETRO LA FACCIATA

Il cartonato che tutti reggevano davanti alla propria figura nei giorni prenatalizi aveva qualcosa di buffo. Sorrisi, bei vestiti, auguri facevano da sfondo agli incontri occasionali e non. Nessuno si preoccupava nè desiderava guardare oltre l'immagine. Andava bene così. La città dell'illusione poteva esistere proprio grazie alla condivisione.
Fu in quei giorni che Quattrocchi decise di depositare gli occhiali da vista per indossare un nuovo paio di occhiali, appena uscito sul mercato e superinnovativo: gli occhiali in grado di vedere oltre la facciata. Lo spettacolo che Quatttrocchi si trovò davanti lo riempì di meraviglia: era piombato di colpo nel circo delle emozioni. Rabbia, invidia, tristezza, frustrazione, gelosia e odio colmavano gli sguardi.
Dove erano finiti i sorrisi? Dove era finita la gioia?
Solo qualche bimbo molto piccolo, nella sua spontaneità, sorrideva osservando le luci e i grandi alberi addobbati o il Babbo Natale di turno: un sorriso puro di accoglienza per la magia che lo circondava.  Incuriosito Quattrocchi osservava di rimando i genitori che lo accompagnavano e prendeva atto che quel sorriso, così totale, non era contagioso e presto si sarebbe spento con l'arrivo del cartonato scuola materna.
Quattrocchi era molto sensibile  ed aveva sempre intuito il malessere dietro ai cartonati: ma una cosa è intuirlo, un'altra trovarselo davanti e doverci fare i conti.
Fu così che  Quattrocchi prese una decisione quanto mai audace e si piantò davanti ad uno specchio per vedersi al di là del velo. La tristezza che scorse nei suoi stessi occhi lo travolse. Anche lui era diventato immune ai sorrisi?  Cosa stava accadendo a tutti quanti?
Quattocchi era in preda alla più sofferente delle tempeste interiori quando le vide. Si trattava di tante piccole stelle volanti: a guardarle meglio avevano le ali, brillavano di luce propria e ognuna di loro sembrava conoscere esattamente dove dirigersi. Quattrocchi ne seguì una e la vide posarsi su una bimba di circa 10 anni: il sorriso ne fu la naturale conseguenza e l'entusiasmo con cui la bambina prese a raccontare ai genitori e ai fratelli di quella volta in cui avevano fatto a palle di neve e si erano divertiti tanto ebbe il potere di contagiare tutta la famiglia scatenando dolci ricordi e risate.
Quattrocchi si guardò intorno e vide altre stelle posarsi e dar vita alla gioia: si chiese perchè le luci alate scegliessero di toccare solo i bambini e le bambine  e si rispose che forse erano gli unici a non aver ancora dimenticato completamente la gioia ... l'amore avrebbe fatto il resto.
Con i primi fiocchi di neve i cartonati iniziarono a sciogliersi e a svelare un nuovo circo di emozioni in cui anche la gioia aveva ritrovato il suo spazio.
Quattrocchi aveva il cuore che batteva forte forte e quando alzò il viso al cielo e vide i fiocchi di neve e le stelle volanti pensò tra sè che era sicuramente quello lo Spirito del Natale.







giovedì 7 dicembre 2017

LA LIBERTA' DI SCEGLIERE

Quando leggo un libro e una frase mi colpisce per la sua intensità, mi piace condividerla. Così oggi tocca a Berlin, la trilogia di Fabio Geda e Marco Magnone:

"Dev'esserci un momento in cui la gente comincia a morire.
No, non a morire, a fare qualcosa di meno coraggioso, di meno eroico: sbiadire.
All'inizio succede piano, parte da un polso, da una caviglia, 
da un punto dietro alla testa facile da coprire con i capelli.
Nessuno se ne accorgerà per molto tempo.
Ma è da lì che tutto ciò che ti sembra bello, e valoroso, e nobile, e puro, finisce."


Queste poche parole hanno una grande profondità e credo in qualche modo  abbiamo sfiorato un po' tutti, almeno una volta nella vita, in un momento di particolare scoramento, dolore o  tristezza. Un momento importante, decisivo per la potenzialità di scelta in esso racchiuso. La scelta di abbandonarsi ad esso o quella di rinascere, lasciando andare  una parte di noi stessi legata al passato. In questa decisione si manifesta la consapevolezza o l'inconsapevolezza che abbiamo scelto di vivere.

martedì 5 dicembre 2017

IL BLOCCO DELLO SCRITTORE

Ciao, è assolutamente inutile che continui a fissarmi: non mi muovo di un millimetro e puoi anche restarmi davanti per l'eternità. 
E' buffo osservarti, sputaparole. Il tuo viso denota un misto emotivo tra tristezza, rabbia e frustrazione; vi leggo anche stupore, per coloro che le parole le lasciano fluire a fiumi. Il tuo corpo è rigido come uno stoccafisso appena pescato nell'Artico ed essiccato. Mi piace guardarti mentre ti spremi le meningi e la desolazione dell'aridità lessicale ti pervade. Mi sembri un vulcano represso, a tratti pronto a esplodere in un palloncino sgonfio. I tuoi sforzi davanti al foglio bianco a riscrivere la stessa frase diecimila volte sono ridicoli: vai a zappare la terra, è un consiglio sincero, immagino sia molto più produttivo per te in questo momento. Hai osservato i tuoi occhi? Li strizzi, li spalanchi, li sbatti ... non mi vedi bene? Guarda che sono sempre qui, enorme e potente, non comprendo cosa non ti sia ancora ben chiaro. Ostinarti non ti sarà di alcun aiuto, non mi sposti. Non puoi prendermi a martellate nè darmi fuoco: sono indistruttibile. A volte mi fai tenerezza: sembri un bambino a cui è precluso il suo gioco più caro, un bambino in castigo, immusonito e ostinato. 
Senti quello che ti dico? Mi sembri anche un po' ebete, senza offesa ovviamente, semplice constatazione: il tuo stare immobile a fissarmi, lo è, punto, prendine atto.
Sai che ti dico? Mi volto dall'altra parte, sei noioso da morire; resta pure lì, prosciugato nel tuo smarrimento, ed evita di snocciolare parole soporifere e racconti pedanti. 
La mia, a questo punto, è diventata una missione. Amo troppo i lettori per non salvarli dal baratro.

Firmato: Il blocco dello scrittore    


domenica 3 dicembre 2017

CORSI E RICORSI STORICI

Quando nel 2008 scelsi di ribaltare la mia vita, lasciando il ruolo di imprenditrice che avevo rivestito per oltre 20 anni, non sapevo assolutamente dove sarei approdata. Saltai nel vuoto (non senza fatica, dubbi e perplessità) e con semplicità dispiegai le ali verso nuovi orizzonti senza alcuna rete di protezione ad accogliere eventuali cadute. Feci una pazzia agli occhi di molti: da parte mia ero stimolata dalla nuova avventura che stava per iniziare, ma terrorizzata dalla paura di annegare, a distanza di tempo, in un mare infinito di "Te l'avevo detto!". Accettai di buon grado (si fa per dire: frustrazione ed alti e bassi erano all'ordine del giorno) un faticoso periodo di transizione e mi dedicai spesso alla meditazione ampliando i momenti che tanto amavo e che avevo sempre ritagliato con grandi difficoltà nel mio precedente e frenetico ritmo di vita. Insomma, mi aprii interiormente, cercando di comprendere cosa ero pronta a fare. Fu così che un giorno, in meditazione, arrivò l'intuizione di scrivere un libro: al mio categorico rifiuto a farlo, l'intuizione si trasformò in un martello persistente ogni volta che meditavo. Ci vollero sei mesi perchè trovassi il coraggio di prendere la penna ed iniziare a scrivere: in realtà, avevo ceduto solo in parte alla richiesta, in quanto, cercando di fuggire da quel compito così ostico, avevo trovato il compromesso che mi avrebbe salvato dalle mie debolezze e permesso di non affrontarle; raccolsi, infatti, con gran semplicità ed ordine le riflessioni nate in meditazione nel corso degli anni.  Impiegai un anno a scartabellare centinaia di quaderni, a dividere gli argomenti e a dare un senso logico al tutto: molto soddisfatta mi recai da un un caro amico, un lama buddista, per mostrargli il mio immenso lavoro e averne un parere a proposito.  Fu così che il mio castello di carte crollò miseramente al suolo, mettendo a nudo la mia paura di mettermi in gioco, e di fronte al suo "E in tutte queste parole tu dove sei?", mi rimboccai le maniche e ricominciai la stesura da capo, scrivendo della mia esperienza e rendendo il libro più personale: mi ci vollero due anni e fu un'opera titanica.
Così nacque "IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI guardare alle cose cambiando prospettiva" e mai titolo e consiglio furono più centrati di questi. 
Perchè oggi ho scritto tutta questa pappardella? Perchè sono immersa nella stessa situazione di 9 anni fa. In meditazione è arrivata l'intuizione per un nuovo volume e sono alle prese con un tenace tentativo di ostruzionismo volto ad evitarla. Sono pronta a svelare una nuova paura che mi appartiene. Mi ci vorranno 6 mesi di resistenze, tanta fatica e 3 anni di scrittura e riscrittura? Non so, ma forse quando si è già fatta esperienza una volta, la seconda procede più speditamente. Nel frattempo la quotidianità mi donerà gli spunti necessari ad approfondire il sentire: le presentazioni rientrano di buon grado tra gli stimoli migliori.
Mercoledì sera, 6 dicembre, sarò alla Biblioteca di Piobesi Torinese e dialogherò con Giancarlo Caselli, psicologo clinico ed editore che stimo moltissimo. Giancarlo ha scritto la prefazione alla ristampa del Coraggio e per me è stato un grande dono. 
Chissà che l'incontro di mercoledì e quello del 15 Dicembre al Centro Pannunzio di Torino (alle 18), sempre in compagnia di Giancarlo, siano una svolta importante a sciogliere i freni inbitori che ancora mi trattengono dal mettermi in gioco per la seconda volta con grande profondità. 
E guai a chi mi dice che la scrittura non è terapeutica! ;-)





venerdì 1 dicembre 2017

PIACERSI PER PIACERE

Stare bene con se stessi
è fondamentale per raggiungere il piacere.
Essere in armonia con se stessi
apre le porte al sentire e al mondo.
Quando non mi piaccio,
fisicamente o caratterialmente,
e rifiuto una parte di me, 
sono in disarmonia con me stesso.
Il piacere non trova spazio nel disequilibrio:
ogni energia viene canalizzata 
nel soddisfacimento di bisogni illusori
(come, ad esempio, un'alimentazione sregolata volta a colmare un vuoto interiore).
e il piacere raggiunto è effimero 
perchè non corrisponde ad uno stato di benessere corporeo.
Si crea un circolo vizioso di disagio e compensazioni volte a risolverlo
che ci allontana sempre più dal centro di noi stessi
rendendoci parziali e insoddisfatti.
Stare bene con se stessi
è piacersi per piacere.













martedì 28 novembre 2017

I LIBRI

Mi piacciono i libri che si fanno divorare: quelli che non riesci a smettere di leggere. I libri capaci di  accompagnarti in un viaggio che vorresti continuare per sempre. I libri capaci di farti sognare; quelli capaci di metterti ali per volare in alto o per scendere in picchiata all'interno di te stesso. Quei libri racchiusi in una frase o in un momento che ti rimarrà per sempre nel cuore. Quei libri così vivi da farti emozionare, piangere e ridere di gusto. Mi piacciono i libri specchio: quelli in grado di rimandarti parti di te  che avevi dimenticato o di capovolgere gli schemi a cui sei abituato.
Mi piacciono i libri scritti bene. Quei libri che scorrono lievi e intriganti allo stesso tempo. I libri che ti incuriosiscono al punto da voler conoscere meglio l'autore.
Mi piace leggere e mi piace scrivere. Se penso alla scrittura e osservo i libri che ho scritto, sento un cambiamento prendere forma in me, un seme di leggerezza, di sogno, di avventura. Un seme che ancora deve germogliare, ma che sto seguendo con cura e dedizione. E' un seme di fiducia, di cieli aperti e di sentimenti. Un seme che darà frutti.




giovedì 23 novembre 2017

IL CONFRONTO

Inferiore e superiore sono giochi della mente, frutto di un bisogno di autogiustificazione: devo dimostrare chi sono e sventolarlo ai quattro venti. Nasco e gioco a fare il bambino con i genitori, con gli adulti e con gli altri bambini; cresco e gioco a fare l'adolescente, il giovane, l'adulto, la persona matura, l'anziano...  e come tale mi confronto, volta per volta, con gli altri, identificandomi nel ruolo che mi fa sentire più a mio agio ( riesco a fare il bambino in un corpo maturo o  la vittima, il duro, l'insensibile, il disinibito, l'inquadrato, il ribelle, la vergine, l'intellettuale ... se questo mi fa stare bene).
Se il mondo è un gioco, giocare è il modo naturale di stare al mondo. 
L'importante è esserne consapevoli e non lasciarsi incantare dalle illusioni del gioco. 
Quando il gioco è inconscio e diventiamo troppo seri, viviamo nell'angoscia di dover vincere per non perdere la partita: ci confrontiamo continuamente con gli altri, in modo più o meno velato, registrando intimamente le tacchette delle nostre vittorie e soffrendo terribilmente per le sconfitte ricevute. E mentre giochiamo le nostre partite siamo così coinvolti e tesi a formulare strategie future e ad analizzare schemi del passato, da dimenticarci di vivere.
Gente strana noi umani, campioni del fuori gioco.



mercoledì 22 novembre 2017

ESSERE O NON ESSERE

Estratto da "Psicoterapie orientali e occidentali" di Alan W. Watts:

"...  l'ansia e la colpa sono inseparabili dalla vita umana; essere, coscientemente, vuol dire sapere che l'essere è relativo al non-essere, e che la possibilità di cessare di essere è presente in ogni momento ed è sicura alla fine. Qui sta la radice dell'angst, il tormento fondamentale dell'esser vivi che corrisponde approssimativamente al dubkha buddista, la sofferenza cronica da cui il Buddha ha proposto la liberazione. Essere o non essere non è il problema; essere è non essere. A causa delle sue ansie l'uomo non è mai del tutto posseduto da quello che Tillich chiama "il coraggio di essere", e per questo si sente sempre in colpa; non è mai stato completamente vero di fronte a se stesso."


AMLETO
Shakespeare
(atto terzo, scena prima)

« Essere, o non essere, questo è il problema:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d'atroce fortuna
o prender armi contro un mare d'affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient'altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l'ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell'oppressore, l'ingiuria dell'uomo superbo,
gli spasimi dell'amore disprezzato, il ritardo della legge,
l'insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione. »








lunedì 20 novembre 2017

LA SOLITUDINE DELLA LIBERAZIONE


"E' la solitudine della liberazione, del non trovare più la sicurezza confondendosi tra la folla, del non credere più che le regole del gioco siano le leggi di natura. E' per questo che trascendere l'io porta a una grande individualità.
Chi allora vuole seguire questo cammino? La liberazione inizia dal punto in cui l'ansia o la colpa diviene insopportabile, in cui l'individuo sente che non può più sopportare la sua situazione come un io opposto a una società estranea, a un universo in cui il dolore  e la morte lo negano, o ad emozioni negative che lo opprimono. Di solito è del tutto inconsapevole del fatto che la sua angoscia nasce da una contraddizione nelle regole del gioco sociale. Incolpa Dio,  gli altri o anche se stesso, ma nessuno di loro è responsabile. C'è stato semplicemente un errore le cui conseguenze non potevano essere previste da nessuno, un passo falso nell'adattamento biologico che, forse, all'inizio sembrava essere molto promettente. ...
E' così che l'io viene isolato come l'entità statica responsabile dell'azione, e da questo errore ha inizio il problema.
Nella ricerca della liberazione da questo problema l'individuo va dal guru o dallo psicoterapeuta con domande di questo tipo: "Come posso (io) sfuggire alla nascita-e-morte (samsara)?". "Cosa devo fare (io) per salvarmi?". "Come posso (io) smettere di bere troppo?" "Come posso uscire (io) da queste depressioni estreme?". "Ho paura di avere il cancro: come posso (io) smettere di preoccuparmi?". Tutte queste domande considerano reale la stessa illusione che costituisce il vero problema, ma cosa può fare il guru o terapeuta? Non può dire:"La smetta di preoccuparsi", perchè l'io non è in controllo, e proprio questo sembra essere il problema. Non può dire:"Accetti le sue paure", senza intendere che l'io sia un agente reale che può accettare attivamente. Non può dire: "Non c'è nulla da fare", senza dare l'impressione che l'io sia la vittima indifesa del destino. Non può dire:"Il suo problema è che pensa di essere un io" perchè chi pone la domanda sente in buona fede di esserlo, e se ha qualche dubbio si rifarà avanti con la domanda: "E allora come posso smettere di pensarlo?". Non si può dare una risposta diretta ad una domanda irrazionale, e questo è il motivo per cui un maestro Zen rispose, senza essere nemmeno lui di grande aiuto: "Quando saprai la risposta non farai la domanda!".


Mandala cosmico Rajastan XVIII°sec

venerdì 17 novembre 2017

IL DOLORE DEL DISTACCO

Quando si condivide la vita con un amico a quattro zampe per tanti anni, il distacco è sempre molto doloroso. Quei piccoli gesti quotidiani a cui eravamo ormai abituati lasciano un vuoto che, soprattutto nei primi giorni, sembra trasformarsi in una voragine senza fondo e un fiume di lacrime allaga gli spazi di quell'amicizia così speciale. Poco per volta il pianto si trasforma in gratitudine e ricordi a scaldare il cuore. Immagini  colorate tornano alla memoria e danno vita ad un sorriso in grado di scalfire il grigio mantello della tristezza. 
Il tempo che abbiamo condiviso, Matildina Highlander, è stato un dono prezioso, di crescita e di amore: grazie, gattina qi gong, per i tuoi tanti anni al mio fianco.





lunedì 13 novembre 2017

IL TEMPO DEL SOGNO

Visioni impalpabili scorrono e volano via.
Orme invisibili nella mia anima.
I pensieri sfrecciano come scie colorate nel cielo.
Li osservo.
Il grande vuoto mi appartiene
nella dimensione del senza tempo.

www.ildiamantearcobaleno.com

Mother of therld. SketchMother of the World. Sketch
1924

sabato 11 novembre 2017

LA CONFUSIONE

Essere bambina, ragazza, donna, oggi, non è semplice. Essere bambino, ragazzo, uomo, oggi, non è semplice.
I  ruoli, che per tanto tempo hanno caratterizzato la figura maschile e femminile, sono crollati, lasciando in eredità una crisi d'identità che coinvolge tutti indistintamente dal genere.
Il grande cambiamento intervenuto con l'acquisizione di una maggiore indipendenza femminile ha stravolto gli schemi relazionali e ha acuito l'insicurezza insita nella mancata comprensione di chi siamo. Ognuno di noi ha in sè una parte maschile e femminile ed è il loro disequilibrio o la loro armonia a formare la realtà con cui ci confrontiamo. Se proviamo rabbia verso una parte di noi stessi e non la riconosciamo, inevitabilmente, esploderemo questa aggressività all'esterno per alleggerirne il peso: se non sentiamo questa emozione così distruttiva, infatti,  possiamo illuderci non esista. Questo tipo di atteggiamento annulla anche la lealtà all'interno dello stesso genere (cioè, con se stessi) dando vita nella quotidianità ad una lotta tra più schieramenti diretti e generati dagli schemi mentali dell'educazione e resi sempre più rigidi dalle esperienze vissute. Alla base di tutta questa confusione, la paura di ascoltarsi, di riconoscere le proprie emozioni e debolezze, di vedersi al di là della maschera sociale che ci nasconde. Solo un profondo lavoro individuale potrà trasformare questa confusione, in quanto solo nel momento in cui io riesco a essere in armonia dentro di me e a fare pace con le mie parti, sarò in grado di manifestare questo equilibrio.
Disperdiamo, con grande inconsapevolezza, tutte le nostre energie all'esterno in battaglie senza senso, dimenticando che il significato più profondo del nostro essere qui ed ora è crescere, ricordando la nostra unità.





martedì 7 novembre 2017

COMPASSIONE VERSO NOI STESSI

La compassione (dal latino cum patior - soffro con - e dal greco συμπἀθεια , sym patheia - "simpatia", provare emozioni con..) è un sentimento per il quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui desiderando di alleviarla. 

Luigi Volpicelli, Lessico delle scienze dell'educazione, ed. Vallardi 1978, p.191

Quante volte abbiamo permesso alla realtà di coinvolgerci così profondamente 
da dimenticarci di noi stessi? 
Quante volte ci siamo dispiaciuti per gli altri 
 ignorando il nostro dolore? 
Quante volte abbiamo chiesto al nostro corpo più energia
di quanta fosse in grado di offrirci?
Quante volte abbiamo percepito il bisogno di isolarci e mollare il tiro e non l'abbiamo fatto? 
Quante volte il corpo sfinito ci ha  forzatamente fermato
e invece di trarre giovamento dalla pausa ci siamo giudicati e colpevolizzati?
Perchè è così difficile provare compassione per noi stessi?

Bella domanda. E bella la risposta. Ciò che risulta evidente è una scala di priorità che predilige un atteggiamento diretto all'esterno prima che all'interno. Una scala di priorità sostenuta dalle aspettative che nutriamo verso noi stessi o più precisamente verso l'immagine di noi stessi.
Il prezzo da pagare per soddisfare queste aspettative non ha importanza: a quanto pare siamo dell'idea che il crollo dell'immagine o del ruolo che ci siamo prefissati ci costi assai di più.
In effetti il sacrificio richiesto per essere coerenti con noi stessi è l'accettazione di chi siamo, paure e debolezze incluse. 
Il nascondere ad altri la nostra vulnerabilità diviene essenziale per non potenziare il nostro stesso giudizio già di per sè così pesante. 
E quando il corpo dichiara la resa? Che rabbia! Un ostacolo che non ci voleva: e così, a poco a poco, ci dividiamo in pezzi, il corpo con le sue debolezze da una parte e noi dall'altra, a specchiare l'incoerenza che non vogliamo vedere.
Per approfondire questi temi: IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI guardare alle cose cambiando prospettiva.








lunedì 6 novembre 2017

DOMANDE E RISPOSTE


"La domanda non formulata diventa offerta alla nostra vera natura. 
Una domanda concettualizzata ed espressa è in qualche modo una fuga davanti alla nostra intimità.

La vera domanda sorge dalla risposta e la sua risoluzione viene dalla nostra apertura a lasciarla riassorbirsi. Fare una domanda indica che abbiamo già l'intuizione della risposta.

"La nostra medesima natura conosce se stessa attraverso se stessa.
E' essa stessa nella sua unità essenziale, attraverso domande e risposte, che è contemplata come "Io".
Questo "essere" crea il meravigliarsi che si esprime sottoforma di domande e risposte."

Abhinavagupta, Paratrisika Vivarana

... Quando vi rendete conto che il bisogno di comprendere viene dalla persona, c'è chiarezza. Voler comprendere, è riportare ai propri limiti quello che è illimitato. E' una rassicurazione che rimane sempre nel quadro del conosciuto. Non si può comprendere lo sconosciuto, il nuovo. L'accumulazione di un sapere, di nozioni sulla tradizione, viene dalla paura e vi mantiene nell'insicurezza. Rendetevi conto che nulla può mai essere compreso.

.... ogni bisogno di condurre a sè il cammino da un punto di vista concettuale,
non fa che ostacolare il vostro vissuto.

Rimangono solo le carezze, i movimenti d'energia, in rapporto alle quali rimanete liberi, aperti ad ogni possibilità. Nella non paura, vivete sul piano della percezione. Non c'è niente da pensare. Tutto è presentito: tonalità, odore, sonorità, carezze.
L'inevitabile può solo compiersi. Lasciatevi portare. Il vero "io so" può presentarsi solo in un "io non so" totalmente abitato.
Quando vivete la vita di ogni giorno da un punto di vista di un "io non so", siete apertura. Ogni cosa è possibile. Vivete d'istante in istante, senza volontà di comprensione, senza confronti con il passato nè anticipazioni."


Festival dell'elefante indiano a Jaipur (India)


domenica 5 novembre 2017

SEGNARE LA VIA

Quando ci si affida alla propria interiorità, le parole fluiscono sulla carta con spontaneità seguendo l'ispirazione del cuore. Si inizia a scrivere affidandosi, senza aver chiarezza su quanto emergerà. E' un po' come seguire un filo invisibile che ti porta in alto e in profondità ad esplorare nuovi orizzonti. Lo stupore e la meraviglia accompagnano i pensieri e li arricchiscono: apertura e fiducia li nutrono.
Quando ci si affida alla mente, le parole seguono percorsi logici  e didascalici, affidandosi ai percorsi della memoria. Si ha chiarezza sullo svolgimento dei pensieri e sul punto di partenza e di arrivo del ragionamento. 
La percezione che questi due modi di scrivere trasmettono è differente: nel primo caso attivano il cuore e risuonano con esso attivando le dimensioni più profonde dell'essere, nel secondo caso attivano la mente e stimolano la comprensione.
Fiabe, storie, poesie, meditazioni nascono dal cuore e svelano nuove prospettive segnando la via.
La mente osserva la via e la scruta, ne esplora i vicoli e le strettoie, girovagando nel labirinto delle informazioni memorizzate.
Il nostro approccio alla lettura determinerà le nostre preferenze: l'apertura di cuore gioirà della possibilità di esplorare nuove vie, la razionalità apprezzerà, al contrario, l'approfondimento della conoscenza.





venerdì 3 novembre 2017

IL DOLORE DELL'ASSENZA

Sto leggendo L'ordine del tempo di Carlo Rovelli. 
Apprezzo molto questo autore, fisico teorico,  
e la sua capacità di rendere semplici e comprensibili argomenti scientifici complessi.  
Apprezzo moltissimo anche la sua abilità nello spaziare dalla fisica alla vita.

Qualche giorno fa avevo postato queste parole 
dando voce al mio cuore:

"Quando i giorni non sono sempre uguali. 
Mancanza, assenza, amore."

Ieri sera leggo questo estratto dal libro di Rovelli: esso ha dato un significato ancora più profondo a quelle parole. 
Rovelli scrive della sua esperienza personale con un altro scienziato, John Wheeler; nel racconto Rovelli parla in prima persona riferendosi a John Wheeler:

"L'ultima volta che sono andato a trovarlo, a Princeton, abbiamo fatto una lunga passeggiata. Mi parlava (John Wheeler) con la voce tenue di un anziano, io (Carlo Rovelli) perdevo molte delle cose che diceva e non osavo chiedergli troppo di ripetere. Ora non c'è più. Non posso più fargli domande, non posso più raccontargli quello che penso. Non posso più dirgli che mi sembra che le sue idee fossero quelle giuste, che le sue idee hanno guidato tutta una mia vita di ricerca. Non posso più dirgli che penso che lui sia stato il primo ad avvicinarsi al cuore del mistero del tempo in gravità quantistica. Perchè lui, qui e ora, non c'è più. Questo è il tempo per noi. Il ricordo e la nostalgia. Il dolore dell'assenza.
Ma non è l'assenza che provoca dolore. Sono l'affetto e l'amore. Se non ci fosse affetto, se non ci fosse amore, non ci sarebbe il dolore dell'assenza. Per questo anche il dolore dell'assenza, in fondo, è buono e bello, perchè si nutre di quello che dà senso alla vita."




giovedì 2 novembre 2017

LA FORZA ILLUMINANTE DELLE PAROLE

La forza dentro di noi è un seme che va coltivato.





Ti svegli alle 2 di notte con una frase che pulsa per venire alla luce. Ti giri nel letto e ti dici che te la ricorderai sicuramente la mattina successiva. Poi ti giri  nuovamente e sai che non sarà così. O la scrivi o te la perdi. Quante volte è successo: inutile ripetersela per decine di volte, la mattina successiva quelle poche parole sembrano svaporate con l'alba. Così recuperi la matita che utilizzi per sottolineare il libro di turno e ce la scrivi sopra per metterla al sicuro.
Il giorno dopo la rileggi e realizzi che si tratta di un messaggio importante. Così scegli di condividerla. Chissà mai che qualcun altro ne faccia tesoro.