lunedì 11 dicembre 2017

DIETRO LA FACCIATA

Il cartonato che tutti reggevano davanti alla propria figura nei giorni prenatalizi aveva qualcosa di buffo. Sorrisi, bei vestiti, auguri facevano da sfondo agli incontri occasionali e non. Nessuno si preoccupava nè desiderava guardare oltre l'immagine. Andava bene così. La città dell'illusione poteva esistere proprio grazie alla condivisione.
Fu in quei giorni che Quattrocchi decise di depositare gli occhiali da vista per indossare un nuovo paio di occhiali, appena uscito sul mercato e superinnovativo: gli occhiali in grado di vedere oltre la facciata. Lo spettacolo che Quatttrocchi si trovò davanti lo riempì di meraviglia: era piombato di colpo nel circo delle emozioni. Rabbia, invidia, tristezza, frustrazione, gelosia e odio colmavano gli sguardi.
Dove erano finiti i sorrisi? Dove era finita la gioia?
Solo qualche bimbo molto piccolo, nella sua spontaneità, sorrideva osservando le luci e i grandi alberi addobbati o il Babbo Natale di turno: un sorriso puro di accoglienza per la magia che lo circondava.  Incuriosito Quattrocchi osservava di rimando i genitori che lo accompagnavano e prendeva atto che quel sorriso, così totale, non era contagioso e presto si sarebbe spento con l'arrivo del cartonato scuola materna.
Quattrocchi era molto sensibile  ed aveva sempre intuito il malessere dietro ai cartonati: ma una cosa è intuirlo, un'altra trovarselo davanti e doverci fare i conti.
Fu così che  Quattrocchi prese una decisione quanto mai audace e si piantò davanti ad uno specchio per vedersi al di là del velo. La tristezza che scorse nei suoi stessi occhi lo travolse. Anche lui era diventato immune ai sorrisi?  Cosa stava accadendo a tutti quanti?
Quattocchi era in preda alla più sofferente delle tempeste interiori quando le vide. Si trattava di tante piccole stelle volanti: a guardarle meglio avevano le ali, brillavano di luce propria e ognuna di loro sembrava conoscere esattamente dove dirigersi. Quattrocchi ne seguì una e la vide posarsi su una bimba di circa 10 anni: il sorriso ne fu la naturale conseguenza e l'entusiasmo con cui la bambina prese a raccontare ai genitori e ai fratelli di quella volta in cui avevano fatto a palle di neve e si erano divertiti tanto ebbe il potere di contagiare tutta la famiglia scatenando dolci ricordi e risate.
Quattrocchi si guardò intorno e vide altre stelle posarsi e dar vita alla gioia: si chiese perchè le luci alate scegliessero di toccare solo i bambini e le bambine  e si rispose che forse erano gli unici a non aver ancora dimenticato completamente la gioia ... l'amore avrebbe fatto il resto.
Con i primi fiocchi di neve i cartonati iniziarono a sciogliersi e a svelare un nuovo circo di emozioni in cui anche la gioia aveva ritrovato il suo spazio.
Quattrocchi aveva il cuore che batteva forte forte e quando alzò il viso al cielo e vide i fiocchi di neve e le stelle volanti pensò tra sè che era sicuramente quello lo Spirito del Natale.







giovedì 7 dicembre 2017

LA LIBERTA' DI SCEGLIERE

Quando leggo un libro e una frase mi colpisce per la sua intensità, mi piace condividerla. Così oggi tocca a Berlin, la trilogia di Fabio Geda e Marco Magnone:

"Dev'esserci un momento in cui la gente comincia a morire.
No, non a morire, a fare qualcosa di meno coraggioso, di meno eroico: sbiadire.
All'inizio succede piano, parte da un polso, da una caviglia, 
da un punto dietro alla testa facile da coprire con i capelli.
Nessuno se ne accorgerà per molto tempo.
Ma è da lì che tutto ciò che ti sembra bello, e valoroso, e nobile, e puro, finisce."


Queste poche parole hanno una grande profondità e credo in qualche modo  abbiamo sfiorato un po' tutti, almeno una volta nella vita, in un momento di particolare scoramento, dolore o  tristezza. Un momento importante, decisivo per la potenzialità di scelta in esso racchiuso. La scelta di abbandonarsi ad esso o quella di rinascere, lasciando andare  una parte di noi stessi legata al passato. In questa decisione si manifesta la consapevolezza o l'inconsapevolezza che abbiamo scelto di vivere.

martedì 5 dicembre 2017

IL BLOCCO DELLO SCRITTORE

Ciao, è assolutamente inutile che continui a fissarmi: non mi muovo di un millimetro e puoi anche restarmi davanti per l'eternità. 
E' buffo osservarti, sputaparole. Il tuo viso denota un misto emotivo tra tristezza, rabbia e frustrazione; vi leggo anche stupore, per coloro che le parole le lasciano fluire a fiumi. Il tuo corpo è rigido come uno stoccafisso appena pescato nell'Artico ed essiccato. Mi piace guardarti mentre ti spremi le meningi e la desolazione dell'aridità lessicale ti pervade. Mi sembri un vulcano represso, a tratti pronto a esplodere in un palloncino sgonfio. I tuoi sforzi davanti al foglio bianco a riscrivere la stessa frase diecimila volte sono ridicoli: vai a zappare la terra, è un consiglio sincero, immagino sia molto più produttivo per te in questo momento. Hai osservato i tuoi occhi? Li strizzi, li spalanchi, li sbatti ... non mi vedi bene? Guarda che sono sempre qui, enorme e potente, non comprendo cosa non ti sia ancora ben chiaro. Ostinarti non ti sarà di alcun aiuto, non mi sposti. Non puoi prendermi a martellate nè darmi fuoco: sono indistruttibile. A volte mi fai tenerezza: sembri un bambino a cui è precluso il suo gioco più caro, un bambino in castigo, immusonito e ostinato. 
Senti quello che ti dico? Mi sembri anche un po' ebete, senza offesa ovviamente, semplice constatazione: il tuo stare immobile a fissarmi, lo è, punto, prendine atto.
Sai che ti dico? Mi volto dall'altra parte, sei noioso da morire; resta pure lì, prosciugato nel tuo smarrimento, ed evita di snocciolare parole soporifere e racconti pedanti. 
La mia, a questo punto, è diventata una missione. Amo troppo i lettori per non salvarli dal baratro.

Firmato: Il blocco dello scrittore    


domenica 3 dicembre 2017

CORSI E RICORSI STORICI

Quando nel 2008 scelsi di ribaltare la mia vita, lasciando il ruolo di imprenditrice che avevo rivestito per oltre 20 anni, non sapevo assolutamente dove sarei approdata. Saltai nel vuoto (non senza fatica, dubbi e perplessità) e con semplicità dispiegai le ali verso nuovi orizzonti senza alcuna rete di protezione ad accogliere eventuali cadute. Feci una pazzia agli occhi di molti: da parte mia ero stimolata dalla nuova avventura che stava per iniziare, ma terrorizzata dalla paura di annegare, a distanza di tempo, in un mare infinito di "Te l'avevo detto!". Accettai di buon grado (si fa per dire: frustrazione ed alti e bassi erano all'ordine del giorno) un faticoso periodo di transizione e mi dedicai spesso alla meditazione ampliando i momenti che tanto amavo e che avevo sempre ritagliato con grandi difficoltà nel mio precedente e frenetico ritmo di vita. Insomma, mi aprii interiormente, cercando di comprendere cosa ero pronta a fare. Fu così che un giorno, in meditazione, arrivò l'intuizione di scrivere un libro: al mio categorico rifiuto a farlo, l'intuizione si trasformò in un martello persistente ogni volta che meditavo. Ci vollero sei mesi perchè trovassi il coraggio di prendere la penna ed iniziare a scrivere: in realtà, avevo ceduto solo in parte alla richiesta, in quanto, cercando di fuggire da quel compito così ostico, avevo trovato il compromesso che mi avrebbe salvato dalle mie debolezze e permesso di non affrontarle; raccolsi, infatti, con gran semplicità ed ordine le riflessioni nate in meditazione nel corso degli anni.  Impiegai un anno a scartabellare centinaia di quaderni, a dividere gli argomenti e a dare un senso logico al tutto: molto soddisfatta mi recai da un un caro amico, un lama buddista, per mostrargli il mio immenso lavoro e averne un parere a proposito.  Fu così che il mio castello di carte crollò miseramente al suolo, mettendo a nudo la mia paura di mettermi in gioco, e di fronte al suo "E in tutte queste parole tu dove sei?", mi rimboccai le maniche e ricominciai la stesura da capo, scrivendo della mia esperienza e rendendo il libro più personale: mi ci vollero due anni e fu un'opera titanica.
Così nacque "IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI guardare alle cose cambiando prospettiva" e mai titolo e consiglio furono più centrati di questi. 
Perchè oggi ho scritto tutta questa pappardella? Perchè sono immersa nella stessa situazione di 9 anni fa. In meditazione è arrivata l'intuizione per un nuovo volume e sono alle prese con un tenace tentativo di ostruzionismo volto ad evitarla. Sono pronta a svelare una nuova paura che mi appartiene. Mi ci vorranno 6 mesi di resistenze, tanta fatica e 3 anni di scrittura e riscrittura? Non so, ma forse quando si è già fatta esperienza una volta, la seconda procede più speditamente. Nel frattempo la quotidianità mi donerà gli spunti necessari ad approfondire il sentire: le presentazioni rientrano di buon grado tra gli stimoli migliori.
Mercoledì sera, 6 dicembre, sarò alla Biblioteca di Piobesi Torinese e dialogherò con Giancarlo Caselli, psicologo clinico ed editore che stimo moltissimo. Giancarlo ha scritto la prefazione alla ristampa del Coraggio e per me è stato un grande dono. 
Chissà che l'incontro di mercoledì e quello del 15 Dicembre al Centro Pannunzio di Torino (alle 18), sempre in compagnia di Giancarlo, siano una svolta importante a sciogliere i freni inbitori che ancora mi trattengono dal mettermi in gioco per la seconda volta con grande profondità. 
E guai a chi mi dice che la scrittura non è terapeutica! ;-)





venerdì 1 dicembre 2017

PIACERSI PER PIACERE

Stare bene con se stessi
è fondamentale per raggiungere il piacere.
Essere in armonia con se stessi
apre le porte al sentire e al mondo.
Quando non mi piaccio,
fisicamente o caratterialmente,
e rifiuto una parte di me, 
sono in disarmonia con me stesso.
Il piacere non trova spazio nel disequilibrio:
ogni energia viene canalizzata 
nel soddisfacimento di bisogni illusori
(come, ad esempio, un'alimentazione sregolata volta a colmare un vuoto interiore).
e il piacere raggiunto è effimero 
perchè non corrisponde ad uno stato di benessere corporeo.
Si crea un circolo vizioso di disagio e compensazioni volte a risolverlo
che ci allontana sempre più dal centro di noi stessi
rendendoci parziali e insoddisfatti.
Stare bene con se stessi
è piacersi per piacere.













martedì 28 novembre 2017

I LIBRI

Mi piacciono i libri che si fanno divorare: quelli che non riesci a smettere di leggere. I libri capaci di  accompagnarti in un viaggio che vorresti continuare per sempre. I libri capaci di farti sognare; quelli capaci di metterti ali per volare in alto o per scendere in picchiata all'interno di te stesso. Quei libri racchiusi in una frase o in un momento che ti rimarrà per sempre nel cuore. Quei libri così vivi da farti emozionare, piangere e ridere di gusto. Mi piacciono i libri specchio: quelli in grado di rimandarti parti di te  che avevi dimenticato o di capovolgere gli schemi a cui sei abituato.
Mi piacciono i libri scritti bene. Quei libri che scorrono lievi e intriganti allo stesso tempo. I libri che ti incuriosiscono al punto da voler conoscere meglio l'autore.
Mi piace leggere e mi piace scrivere. Se penso alla scrittura e osservo i libri che ho scritto, sento un cambiamento prendere forma in me, un seme di leggerezza, di sogno, di avventura. Un seme che ancora deve germogliare, ma che sto seguendo con cura e dedizione. E' un seme di fiducia, di cieli aperti e di sentimenti. Un seme che darà frutti.




giovedì 23 novembre 2017

IL CONFRONTO

Inferiore e superiore sono giochi della mente, frutto di un bisogno di autogiustificazione: devo dimostrare chi sono e sventolarlo ai quattro venti. Nasco e gioco a fare il bambino con i genitori, con gli adulti e con gli altri bambini; cresco e gioco a fare l'adolescente, il giovane, l'adulto, la persona matura, l'anziano...  e come tale mi confronto, volta per volta, con gli altri, identificandomi nel ruolo che mi fa sentire più a mio agio ( riesco a fare il bambino in un corpo maturo o  la vittima, il duro, l'insensibile, il disinibito, l'inquadrato, il ribelle, la vergine, l'intellettuale ... se questo mi fa stare bene).
Se il mondo è un gioco, giocare è il modo naturale di stare al mondo. 
L'importante è esserne consapevoli e non lasciarsi incantare dalle illusioni del gioco. 
Quando il gioco è inconscio e diventiamo troppo seri, viviamo nell'angoscia di dover vincere per non perdere la partita: ci confrontiamo continuamente con gli altri, in modo più o meno velato, registrando intimamente le tacchette delle nostre vittorie e soffrendo terribilmente per le sconfitte ricevute. E mentre giochiamo le nostre partite siamo così coinvolti e tesi a formulare strategie future e ad analizzare schemi del passato, da dimenticarci di vivere.
Gente strana noi umani, campioni del fuori gioco.



mercoledì 22 novembre 2017

ESSERE O NON ESSERE

Estratto da "Psicoterapie orientali e occidentali" di Alan W. Watts:

"...  l'ansia e la colpa sono inseparabili dalla vita umana; essere, coscientemente, vuol dire sapere che l'essere è relativo al non-essere, e che la possibilità di cessare di essere è presente in ogni momento ed è sicura alla fine. Qui sta la radice dell'angst, il tormento fondamentale dell'esser vivi che corrisponde approssimativamente al dubkha buddista, la sofferenza cronica da cui il Buddha ha proposto la liberazione. Essere o non essere non è il problema; essere è non essere. A causa delle sue ansie l'uomo non è mai del tutto posseduto da quello che Tillich chiama "il coraggio di essere", e per questo si sente sempre in colpa; non è mai stato completamente vero di fronte a se stesso."


AMLETO
Shakespeare
(atto terzo, scena prima)

« Essere, o non essere, questo è il problema:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d'atroce fortuna
o prender armi contro un mare d'affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient'altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l'ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell'oppressore, l'ingiuria dell'uomo superbo,
gli spasimi dell'amore disprezzato, il ritardo della legge,
l'insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione. »








lunedì 20 novembre 2017

LA SOLITUDINE DELLA LIBERAZIONE


"E' la solitudine della liberazione, del non trovare più la sicurezza confondendosi tra la folla, del non credere più che le regole del gioco siano le leggi di natura. E' per questo che trascendere l'io porta a una grande individualità.
Chi allora vuole seguire questo cammino? La liberazione inizia dal punto in cui l'ansia o la colpa diviene insopportabile, in cui l'individuo sente che non può più sopportare la sua situazione come un io opposto a una società estranea, a un universo in cui il dolore  e la morte lo negano, o ad emozioni negative che lo opprimono. Di solito è del tutto inconsapevole del fatto che la sua angoscia nasce da una contraddizione nelle regole del gioco sociale. Incolpa Dio,  gli altri o anche se stesso, ma nessuno di loro è responsabile. C'è stato semplicemente un errore le cui conseguenze non potevano essere previste da nessuno, un passo falso nell'adattamento biologico che, forse, all'inizio sembrava essere molto promettente. ...
E' così che l'io viene isolato come l'entità statica responsabile dell'azione, e da questo errore ha inizio il problema.
Nella ricerca della liberazione da questo problema l'individuo va dal guru o dallo psicoterapeuta con domande di questo tipo: "Come posso (io) sfuggire alla nascita-e-morte (samsara)?". "Cosa devo fare (io) per salvarmi?". "Come posso (io) smettere di bere troppo?" "Come posso uscire (io) da queste depressioni estreme?". "Ho paura di avere il cancro: come posso (io) smettere di preoccuparmi?". Tutte queste domande considerano reale la stessa illusione che costituisce il vero problema, ma cosa può fare il guru o terapeuta? Non può dire:"La smetta di preoccuparsi", perchè l'io non è in controllo, e proprio questo sembra essere il problema. Non può dire:"Accetti le sue paure", senza intendere che l'io sia un agente reale che può accettare attivamente. Non può dire: "Non c'è nulla da fare", senza dare l'impressione che l'io sia la vittima indifesa del destino. Non può dire:"Il suo problema è che pensa di essere un io" perchè chi pone la domanda sente in buona fede di esserlo, e se ha qualche dubbio si rifarà avanti con la domanda: "E allora come posso smettere di pensarlo?". Non si può dare una risposta diretta ad una domanda irrazionale, e questo è il motivo per cui un maestro Zen rispose, senza essere nemmeno lui di grande aiuto: "Quando saprai la risposta non farai la domanda!".


Mandala cosmico Rajastan XVIII°sec

venerdì 17 novembre 2017

IL DOLORE DEL DISTACCO

Quando si condivide la vita con un amico a quattro zampe per tanti anni, il distacco è sempre molto doloroso. Quei piccoli gesti quotidiani a cui eravamo ormai abituati lasciano un vuoto che, soprattutto nei primi giorni, sembra trasformarsi in una voragine senza fondo e un fiume di lacrime allaga gli spazi di quell'amicizia così speciale. Poco per volta il pianto si trasforma in gratitudine e ricordi a scaldare il cuore. Immagini  colorate tornano alla memoria e danno vita ad un sorriso in grado di scalfire il grigio mantello della tristezza. 
Il tempo che abbiamo condiviso, Matildina Highlander, è stato un dono prezioso, di crescita e di amore: grazie, gattina qi gong, per i tuoi tanti anni al mio fianco.





lunedì 13 novembre 2017

IL TEMPO DEL SOGNO

Visioni impalpabili scorrono e volano via.
Orme invisibili nella mia anima.
I pensieri sfrecciano come scie colorate nel cielo.
Li osservo.
Il grande vuoto mi appartiene
nella dimensione del senza tempo.

www.ildiamantearcobaleno.com

Mother of therld. SketchMother of the World. Sketch
1924

venerdì 10 novembre 2017

LA CONFUSIONE

Essere bambina, ragazza, donna, oggi, non è semplice. Essere bambino, ragazzo, uomo, oggi, non è semplice.
I  ruoli, che per tanto tempo hanno caratterizzato la figura maschile e femminile, sono crollati, lasciando in eredità una crisi d'identità che coinvolge tutti indistintamente dal genere.
Il grande cambiamento intervenuto con l'acquisizione di una maggiore indipendenza femminile ha stravolto gli schemi relazionali e ha acuito l'insicurezza insita nella mancata comprensione di chi siamo. Ognuno di noi ha in sè una parte maschile e femminile ed è il loro disequilibrio o la loro armonia a formare la realtà con cui ci confrontiamo. Se proviamo rabbia verso una parte di noi stessi e non la riconosciamo, inevitabilmente, esploderemo questa aggressività all'esterno per alleggerirne il peso: se non sentiamo questa emozione così distruttiva, infatti,  possiamo illuderci non esista. Questo tipo di atteggiamento annulla anche la lealtà all'interno dello stesso genere (cioè, con se stessi) dando vita nella quotidianità ad una lotta tra più schieramenti diretti e generati dagli schemi mentali dell'educazione e resi sempre più rigidi dalle esperienze vissute. Alla base di tutta questa confusione, la paura di ascoltarsi, di riconoscere le proprie emozioni e debolezze, di vedersi al di là della maschera sociale che ci nasconde. Solo un profondo lavoro individuale potrà trasformare questa confusione, in quanto solo nel momento in cui io riesco a essere in armonia dentro di me e a fare pace con le mie parti, sarò in grado di manifestare questo equilibrio.
Disperdiamo, con grande inconsapevolezza, tutte le nostre energie all'esterno in battaglie senza senso, dimenticando che il significato più profondo del nostro essere qui ed ora è crescere, ricordando la nostra unità.





lunedì 6 novembre 2017

COMPASSIONE VERSO NOI STESSI

La compassione (dal latino cum patior - soffro con - e dal greco συμπἀθεια , sym patheia - "simpatia", provare emozioni con..) è un sentimento per il quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui desiderando di alleviarla. 

Luigi Volpicelli, Lessico delle scienze dell'educazione, ed. Vallardi 1978, p.191

Quante volte abbiamo permesso alla realtà di coinvolgerci così profondamente 
da dimenticarci di noi stessi? 
Quante volte ci siamo dispiaciuti per gli altri 
 ignorando il nostro dolore? 
Quante volte abbiamo chiesto al nostro corpo più energia
di quanta fosse in grado di offrirci?
Quante volte abbiamo percepito il bisogno di isolarci e mollare il tiro e non l'abbiamo fatto? 
Quante volte il corpo sfinito ci ha  forzatamente fermato
e invece di trarre giovamento dalla pausa ci siamo giudicati e colpevolizzati?
Perchè è così difficile provare compassione per noi stessi?

Bella domanda. E bella la risposta. Ciò che risulta evidente è una scala di priorità che predilige un atteggiamento diretto all'esterno prima che all'interno. Una scala di priorità sostenuta dalle aspettative che nutriamo verso noi stessi o più precisamente verso l'immagine di noi stessi.
Il prezzo da pagare per soddisfare queste aspettative non ha importanza: a quanto pare siamo dell'idea che il crollo dell'immagine o del ruolo che ci siamo prefissati ci costi assai di più.
In effetti il sacrificio richiesto per essere coerenti con noi stessi è l'accettazione di chi siamo, paure e debolezze incluse. 
Il nascondere ad altri la nostra vulnerabilità diviene essenziale per non potenziare il nostro stesso giudizio già di per sè così pesante. 
E quando il corpo dichiara la resa? Che rabbia! Un ostacolo che non ci voleva: e così, a poco a poco, ci dividiamo in pezzi, il corpo con le sue debolezze da una parte e noi dall'altra, a specchiare l'incoerenza che non vogliamo vedere.
Per approfondire questi temi: IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI guardare alle cose cambiando prospettiva.








DOMANDE E RISPOSTE


"La domanda non formulata diventa offerta alla nostra vera natura. 
Una domanda concettualizzata ed espressa è in qualche modo una fuga davanti alla nostra intimità.

La vera domanda sorge dalla risposta e la sua risoluzione viene dalla nostra apertura a lasciarla riassorbirsi. Fare una domanda indica che abbiamo già l'intuizione della risposta.

"La nostra medesima natura conosce se stessa attraverso se stessa.
E' essa stessa nella sua unità essenziale, attraverso domande e risposte, che è contemplata come "Io".
Questo "essere" crea il meravigliarsi che si esprime sottoforma di domande e risposte."

Abhinavagupta, Paratrisika Vivarana

... Quando vi rendete conto che il bisogno di comprendere viene dalla persona, c'è chiarezza. Voler comprendere, è riportare ai propri limiti quello che è illimitato. E' una rassicurazione che rimane sempre nel quadro del conosciuto. Non si può comprendere lo sconosciuto, il nuovo. L'accumulazione di un sapere, di nozioni sulla tradizione, viene dalla paura e vi mantiene nell'insicurezza. Rendetevi conto che nulla può mai essere compreso.

.... ogni bisogno di condurre a sè il cammino da un punto di vista concettuale,
non fa che ostacolare il vostro vissuto.

Rimangono solo le carezze, i movimenti d'energia, in rapporto alle quali rimanete liberi, aperti ad ogni possibilità. Nella non paura, vivete sul piano della percezione. Non c'è niente da pensare. Tutto è presentito: tonalità, odore, sonorità, carezze.
L'inevitabile può solo compiersi. Lasciatevi portare. Il vero "io so" può presentarsi solo in un "io non so" totalmente abitato.
Quando vivete la vita di ogni giorno da un punto di vista di un "io non so", siete apertura. Ogni cosa è possibile. Vivete d'istante in istante, senza volontà di comprensione, senza confronti con il passato nè anticipazioni."


Festival dell'elefante indiano a Jaipur (India)


domenica 5 novembre 2017

SEGNARE LA VIA

Quando ci si affida alla propria interiorità, le parole fluiscono sulla carta con spontaneità seguendo l'ispirazione del cuore. Si inizia a scrivere affidandosi, senza aver chiarezza su quanto emergerà. E' un po' come seguire un filo invisibile che ti porta in alto e in profondità ad esplorare nuovi orizzonti. Lo stupore e la meraviglia accompagnano i pensieri e li arricchiscono: apertura e fiducia li nutrono.
Quando ci si affida alla mente, le parole seguono percorsi logici  e didascalici, affidandosi ai percorsi della memoria. Si ha chiarezza sullo svolgimento dei pensieri e sul punto di partenza e di arrivo del ragionamento. 
La percezione che questi due modi di scrivere trasmettono è differente: nel primo caso attivano il cuore e risuonano con esso attivando le dimensioni più profonde dell'essere, nel secondo caso attivano la mente e stimolano la comprensione.
Fiabe, storie, poesie, meditazioni nascono dal cuore e svelano nuove prospettive segnando la via.
La mente osserva la via e la scruta, ne esplora i vicoli e le strettoie, girovagando nel labirinto delle informazioni memorizzate.
Il nostro approccio alla lettura determinerà le nostre preferenze: l'apertura di cuore gioirà della possibilità di esplorare nuove vie, la razionalità apprezzerà, al contrario, l'approfondimento della conoscenza.





venerdì 3 novembre 2017

IL DOLORE DELL'ASSENZA

Sto leggendo L'ordine del tempo di Carlo Rovelli. 
Apprezzo molto questo autore, fisico teorico,  
e la sua capacità di rendere semplici e comprensibili argomenti scientifici complessi.  
Apprezzo moltissimo anche la sua abilità nello spaziare dalla fisica alla vita.

Qualche giorno fa avevo postato queste parole 
dando voce al mio cuore:

"Quando i giorni non sono sempre uguali. 
Mancanza, assenza, amore."

Ieri sera leggo questo estratto dal libro di Rovelli: esso ha dato un significato ancora più profondo a quelle parole. 
Rovelli scrive della sua esperienza personale con un altro scienziato, John Wheeler; nel racconto Rovelli parla in prima persona riferendosi a John Wheeler:

"L'ultima volta che sono andato a trovarlo, a Princeton, abbiamo fatto una lunga passeggiata. Mi parlava (John Wheeler) con la voce tenue di un anziano, io (Carlo Rovelli) perdevo molte delle cose che diceva e non osavo chiedergli troppo di ripetere. Ora non c'è più. Non posso più fargli domande, non posso più raccontargli quello che penso. Non posso più dirgli che mi sembra che le sue idee fossero quelle giuste, che le sue idee hanno guidato tutta una mia vita di ricerca. Non posso più dirgli che penso che lui sia stato il primo ad avvicinarsi al cuore del mistero del tempo in gravità quantistica. Perchè lui, qui e ora, non c'è più. Questo è il tempo per noi. Il ricordo e la nostalgia. Il dolore dell'assenza.
Ma non è l'assenza che provoca dolore. Sono l'affetto e l'amore. Se non ci fosse affetto, se non ci fosse amore, non ci sarebbe il dolore dell'assenza. Per questo anche il dolore dell'assenza, in fondo, è buono e bello, perchè si nutre di quello che dà senso alla vita."




giovedì 2 novembre 2017

LA FORZA ILLUMINANTE DELLE PAROLE

La forza dentro di noi è un seme che va coltivato.





Ti svegli alle 2 di notte con una frase che pulsa per venire alla luce. Ti giri nel letto e ti dici che te la ricorderai sicuramente la mattina successiva. Poi ti giri  nuovamente e sai che non sarà così. O la scrivi o te la perdi. Quante volte è successo: inutile ripetersela per decine di volte, la mattina successiva quelle poche parole sembrano svaporate con l'alba. Così recuperi la matita che utilizzi per sottolineare il libro di turno e ce la scrivi sopra per metterla al sicuro.
Il giorno dopo la rileggi e realizzi che si tratta di un messaggio importante. Così scegli di condividerla. Chissà mai che qualcun altro ne faccia tesoro.



martedì 31 ottobre 2017

UN VIAGGIO, MILLE VIAGGI

“Io non ho segreti da svelarti, né tu devi rinunciare alla tua vita per cercare me. Ognuno di noi deve vivere se stesso. Deve svolgere il proprio compito. Io non sono frenetico, sei tu che ti proietti su di me. Io ho una strada che devo e voglio compiere.  Non è fretta la mia, ma urgenza. Ora va’. Va’ e occupati di te stesso. La notte è fatta per riposare. Il giorno per vegliare. L’acqua deve scorrere dalle sorgenti al mare, così come il sole deve seguire il movimento dall’alba al tramonto. Tu devi occuparti di te, di ciò che senti. Io devo essere libero di occuparmi di me, di quello che sento. Hai anche tu dei compiti da svolgere. Che siano davvero i tuoi, non quelli degli altri.”

 Estratto da "YANEZ ovvero il possibile"


"E' la fiaba. Immaginazione che spazia libera e profonda.
Un viaggio, mille viaggi.
Un cambiamento, mille cambiamenti.
Dentro di noi." 
scrive Paola Neyroz. 

Grazie a Paola ho imparato la bellezza del lasciarsi andare alla fantasia inseguendo storie e immagini in un mondo dove tutto è possibile. In questo viaggio ho scoperto con meraviglia quanto sia semplice trovare soluzioni, aprirsi a nuove esperienze e crescere, ritrovando la magia dell'essere se stessi.

venerdì 27 ottobre 2017

E POI ARRIVA QUEL GIORNO ...

Il giorno della saggezza, mi piace chiamarlo. 
Il giorno in cui il  numero dei tuoi anni cambia e cresce. E tu con lui.

Quando ero adolescente e nei primi anni della maturità quel giorno era un vero disastro: fiumi di lacrime allagavano il sentire di fronte all'incapacità a comprendere il senso della mia vita. Mi sembrava di veder scivolar via il tempo senza essere in grado di donargli un significato. Il compleanno era il giorno in cui mi sentivo più vuota e, forse, mi aspettavo da chi mi voleva bene quello che non avrebbe mai potuto offrirmi: quel significato. Si trattava di una vera tragedia teatrale che mi coinvolgeva fino al midollo e alla quale gli spettatori impotenti assistevano stupiti. Il "Non ti manca nulla" affogava nel mio buco esistenziale per renderlo ancora più profondo, per ingratitudine. Se non mi mancava nulla perchè non ero capace di apprezzarlo e di sentirmi realizzata? Perchè, al contrario, mi sentivo così incompiuta e arrabbiata e ingrata? Se ripenso a quei giorni, immagino fosse davvero difficile dall'esterno osservarmi senza avere dubbi sulla mia sanità mentale. Da parte mia c'era spazio solo per una tristezza inconsolabile di dimensioni cosmiche. Tristezza che raggiunse gli apici quando si manifestò la medianità tanto a lungo bloccata e intuii quanto la mia percezione di vuoto avesse una sua ragion d'essere. Il "Non ti manca nulla" era comprensibile se riferito a questo piano dimensionale, ma c'era così tanto da esplorare oltre ad esso...  Quando iniziai a muovere i primi passi lungo il meraviglioso percorso verso la consapevolezza tutto cambiò, ma il giorno del compleanno rimase sempre nella mia vita uno snodo importante. I cambiamenti più drastici e dolorosi si manifestarono molte volte in corrispondenza della mia data di nascita a celebrare la mia trasformazione. Per questo, oggi, mi piace chiamarlo il giorno della saggezza. Solitamente ci arrivo sfatta, ma dopo aver completato passaggi determinanti verso la mia realizzazione. E il dono più grande che questo giorno porta con sè è il significato.

A rendere questo giorno ancora più prezioso è la condivisione. La pienezza interiore è arricchita dai pensieri e dagli auguri delle tante persone che mi vogliono bene, di coloro che hanno condiviso con me un tratto di cammino o risuonato con il mio cuore grazie alle parole.
L'ingratitudine di un tempo è stata sostituita da un sentimento di gratitudine immenso e ora, che ho compreso il significato di molte cose e ho scoperto il cuore e la sua apertura, quel "non ti manca nulla" si è trasformato: "non solo non mi manca nulla, ma ho ricevuto talmente tanto dalla vita che ora è il momento di donare."

Grazie a tutti, siete tantissimi, unici e meravigliosi.







lunedì 23 ottobre 2017

STANCHEZZA

Una girandola mossa dal vento.
Ritmi frenetici travolgono le menti.
La calma del cuore
si perde in uno specchio d'acqua sempre increspato.
Dove sto andando?
Perchè sto correndo?




giovedì 19 ottobre 2017

RESPONSABILITA'

Oggi vorrei soffermarmi a riflettere sul termine responsabilità. 
Ogni volta che compio una scelta consapevolmente mi assumo la responsabilità di quella scelta. Nel momento in cui la compio, infatti, la scelta corrisponde esattamente a quello che sento risuonare nel mio cuore. Quando mi assumo la responsabilità di una scelta, mi impegno a rispettarla coinvolgendo altre persone solo dopo averle lasciate libere di scegliere a loro volta o senza pesare su altre persone (che in caso contrario subirebbero passivamente il peso della mia scelta).
Nel tempo posso crescere e trasformarmi e rendermi conto che una scelta fatta tempo addietro non è più in linea con chi sono diventato. A quel punto devo trovare il coraggio di operare una scelta differente e assumermene la responsabilità.
E la coerenza con quanto si è scelto? Potrebbe facilmente essere un appunto, al quale mi sento di ribattere in questo modo: "Una scelta non è mai una condanna a vita, ma un'esperienza che sono pronto a fare." La vita è cambiamento e il rimanere ancorati all'immobilità di una scelta per coerenza cela una paura o una debolezza che non voglio accogliere.
Ogni cambiamento richiede un sacrificio da parte nostra, un lasciar andare per fare spazio a ciò che non si conosce e questo può spaventare. L'abitudine e la stabilità ci danno sicurezza e spesso preferiamo mantenere le scelte fatte (anche se non ci fanno stare bene) per non rinunciare ai nostri punti di riferimento esterni.
Siamo disposti a pagare un prezzo molto alto per mantenere il controllo della situazione. E questo prezzo lo sotterriamo dietro a tante belle parole per non ammettere con noi stessi che non abbiamo il coraggio di andare oltre.
Gente strana noi umani carichi di responsabilità.



Galleria di Rosazza


sabato 14 ottobre 2017

OGNI FINE E' UN NUOVO INIZIO

Ogni Fine è un nuovo Inizio. 
Dura da accettare, ma è proprio così. 
Perchè fatichiamo così tanto ad accettarlo? 

Perchè  noi umani dal freno a mano tirato tendiamo a focalizzarci solo sul senso di mancanza che la fine di qualcosa genera in noi. Non riusciamo a guardare oltre. Resistiamo tenaci all'idea del cambiamento, rafforzando la percezione distorta che la fine di qualcosa coincida con la morte, il buco nero che tutto inghiotte senza curarsi dei nostri sentimenti. Sarebbe sufficiente aprire il grandangolo, per comprendere che non è così. Il cambiamento è vita, mentre è la staticità dell'immobilità delle cose sempre uguali ad avvicinarci maggiormente alla morte. Una morte lenta e inesorabile dei giorni sempre uguali a se stessi. Eppure noi consideriamo l'abitudine stabilità e ritroviamo in essa la bara in cui accomodarci al riparo dagli scherzi della vita. Gente strana noi umani che abbiamo fatto del parcheggio il viaggio. Un viaggio che si ferma ancor prima di cominciare perchè ciò che non conosciamo ci spaventa da morire (!!! battutaccia). Ed ecco il guerriero difensore del tutto uguale ergersi a menar fendenti a qualsivoglia tentativo di innovazione e la mente, sua alleata, a supportarne l'intento con giudizi, giustificazioni e paure. Così nascono le resistenze, le nostre strenue resistenze al cambiamento e la fatica dello scontro.
Non ha più importanza il fatto che l'abitudine mi crei disagio e mi prosciughi energeticamente, il fatto che io sia cambiato e le situazioni debbano supportare la mia trasformazione: ho talmente paura che me la faccio sotto e preferisco lo status quo delle cose sempre uguali. Se poi gli altri si permettono di giudicare ogni presa di posizione differente dall'abitudine, il gioco è fatto. Sono morto in partenza: al mio guerriero difensore del tutto uguale e alla mia mente si allea pure il pubblico del mio teatrino personale. Le forze scemano e mi accascio al suolo di fronte ad un esercito di tal portata.
Risultato? Ingoio rospi, rane  e raganelle e continuo imperterrito a fare come ho sempre fatto.
Fino al crollo psico-fisico. A quel punto, però, sono oggettivamente senza forze e cambiare le cose diviene molto più complicato.
Ribaltiamo lo schema. Se una responsabilità che  ho scelto in passato diviene un peso intollerabile per via della mia trasformazione e diviene una responsabilità espansa che si disperde su chi mi sta intorno (e non l'ha scelta) è importante prenderne consapevolezza e trovare il coraggio di ammetterlo con se stessi. Le scelte che operiamo consapevolmente sono necessarie alla nostra crescita e va da sè che cambiano nel tempo. Il movimento fa parte della vita e dell'evoluzione personale e nel momento in cui ci blocchiamo, rinunciamo al viaggio che abbiamo intrapreso con la nascita. Un po' come scegliere di restare sempre bambini perchè le responsabilità ci fanno paura o ci richiedono un impegno di cui non vogliamo farci carico. 
Se la vita si sviluppa nel movimento vi è un significato più profondo di quanto le nostre menti dal freno tirato possano comprendere. Il nostro viaggio è allo stesso tempo il viaggio di chi amiamo, di chi ci accompagna, di coloro che incontriamo e di coloro che semplicemente incrociamo o vediamo da lontano. Ogni viaggio ha un suo percorso ben preciso ed ognuno è responsabile solamente del proprio viaggio personale (mentre a volte ci espandiamo così tanto - al contrario di coloro che scelgono l'infanzia come modo d'essere - da sentirci responsabili per il mondo intero). Gli eventi e i cambiamenti si sviluppano sempre per il nostro sommo bene, per indurci a scegliere e andare oltre: avendo dimenticato la fiducia in un progetto più grande, ci limitiamo a guardare il tutto con un macroobiettivo focalizzato sul nostro essere vittime e così non riusciamo più a cogliere il senso di quanto sia naturale che la fine di qualcosa sia semplicemente un nuovo inizio. Per noi e per gli altri.





martedì 10 ottobre 2017

RESPIRO

Ascolto il respiro.
Mi accorgo che non è fluido e libero di espandersi.
Ascolto il respiro.
Muovo il corpo e predispongo il mio essere all'apertura.
Le spalle sono tese
e manifestano la loro tensione alla chiusura.
Ascolto il respiro.
Emerge la paura.
Paura di meritarsi la libertà.
Paura di rimettersi in gioco.
Paura di ammettere le proprie debolezze.
Paura di accogliere il senso di non attaccamento
che sta prendendo forma dentro di me.
Paura a lasciar andare il senso di responsabilità espanso che mi definisce.
Paura a riconoscermi nell'ombra che mi appartiene.
Paura a seguire il sentire
lungo la via solitaria del cuore.
Ascolto il respiro.
E' più sciolto.
Ho fatto luce sui miei demoni.
Ascolto il respiro,
lo espando
e mi apro alla vita.

www.ildiamantearcobaleno.com

Creazione di Eddy Seferian


venerdì 6 ottobre 2017

APRIRSI AL SENTIRE

La mente analizza, seziona, soppesa.
Sono i momenti in cui tutto sembra confuso.
Il cuore paziente osserva
e, poco per volta,
espande il suo spazio.
Il corpo si rilassa, il respiro si amplia.
Nel silenzio 
 si manifesta un'apertura
libera da pensieri, aspettative, preoccupazioni.
I colori del cuore
dipingono la tela del sentire
di sfumature mai immaginate:
le osservo attenta
e mi lascio andare al loro fluire.



mercoledì 4 ottobre 2017

STARE NELLE DIFFICOLTA'

Imparare a stare nelle difficoltà è una pratica importante per conoscersi. Istintivamente ci si chiude o si scappa dalle difficoltà: rimanere in apertura ed ascolto è molto faticoso. 
Le difficoltà. nel momento in cui le viviamo come tali, hanno il potere di mostrarci le nostre paure, ferite, debolezze. Esse hanno il potere di metterci a nudo e farci sentire impotenti. Questo potere  indotto è frutto del nostro tentativo di controllare la vita e il suo fluire. 
Le difficoltà disgregano l'illusione del controllo e ci creano sofferenza fintanto che rifiutiamo questa presa di coscienza. Una consapevolezza che parte dalla nostra umanità per immergersi in un  percorso di crescita evolutiva volto a renderci più oggettivi. 
Il mondo non ruota intorno a noi, ma con noi: tanti fili invisibili ci legano agli altri come una grande ragnatela di cui facciamo parte e di cui scorgiamo solo i particolari e non la visione d'insieme. Questa ristrettezza di vedute ci induce a sentirci separati e a vivere soggettivamente ogni evento, identificando nelle difficoltà un ostacolo da superare o da eliminare. 
Perchè si creano le difficoltà? Per renderci coscienti di una mancata accettazione che ha radici profonde all'interno di noi stessi. Per questo è importante stare nelle difficoltà: perchè attraverso di esse abbiamo la possibilità di vedere qualcosa che ci appartiene, accoglierlo e crescere in consapevolezza.
Accettarsi non significa lottare per essere perfetti, ma accogliere la propria imperfezione senza giudizio e farne un punto di partenza.
Faccio un esempio pratico. Ho difficoltà a relazionarmi con gli altri. Istintivamente cerco di relazionarmi comunque per essere accettato, per non venir escluso, per tener fede al ruolo che ho scelto... i motivi per cui cerco di vincere le mie difficoltà possono essere svariati, ma il mio sforzo  non farà che crearmi disagio. Provo allora a  essere presente in mezzo agli altri e invece di agire, ascolto, osservo, vivo il momento. Questo nuovo approccio mi aiuterà a rendere più oggettiva la situazione e mi mostrerà quanto l'evitare lo sforzo titanico di relazionarmi indistintamente con tutti per soddisfare un'aspettativa mia o altrui,  lasci spazio ad una percezione di benessere. Il diventare invisibile mi dona la possibilità di osservare le relazioni con distacco e, quindi, di sviscerarne le dinamiche sottese e grazie ad esse scoprire le mie.  Se continuo a stare nella presenza, riesco ad approfondire ulteriormente l'ascolto e a rendermi conto di quanto l'accettazione delle mie difficoltà e l'astensione dalla reazione inconsapevole ad esse siano fonte di libertà. Libertà che potrebbe essere sinonimo di scelta consapevole. Ci sono, infatti, relazioni che risuonano con me e con cui non ho difficoltà ad interagire e ci sono relazioni che non mi interessano e con le quali si creano grandi difficoltà: questa consapevolezza riporta in luce la mia ricerca di controllo tesa a sostenere l'immagine che vorrei mi rappresentasse. E' proprio questo continuo sforzo verso l'esteriorità a sacrificare la mia interiorità e a generare difficoltà. La realtà mi ha fatto da specchio, gli altri mi hanno fatto da specchio e mi hanno mostrato quell'immagine evidenziando gli sforzi enormi che devo fare per il suo mantenimento. Le difficoltà sempre più grandi l'hanno fatta crollare e dalle sue macerie è nata la mia libertà di essere imperfetta, unica. Sono solo una microbica parte di quella ragnatela e mi è richiesto essere semplicemente così come sono e lì dove mi trovo per partecipare all'armonia del tutto.

PS:
Non è un messaggio di autofustigazione individuale! ;-)


Fotografia di Alessandro Cappuccioni : Ragnatela e rugiada, Toscana

domenica 1 ottobre 2017

ESSERE PRESENTE

Essere presente a se stessi.
Senza aspettative, senza obiettivi, senza fretta.
Essere presente a se stessi.
Donandosi con semplicità e naturalezza,
 fluendo con le situazioni
e partecipandovi con totalità.
Essere presente a se stessi.
Accogliendo i propri limiti, le proprie paure
in apertura di cuore.
Essere presenti a se stessi.
Semplicemente.


Lord of the Night - 1918




venerdì 22 settembre 2017

IL VUOTO

Mi guardo intorno e vedo il vuoto.
Mi guardo dentro e vedo un mondo.
E devo fare i conti con entrambi.
Portare il vuoto nel mio mondo non è semplice.
Portare il mio mondo nel vuoto è altrettanto difficile.
E' questione di spazi, di dimensioni.
Quando il vuoto diviene buio
mille possibilità di mondi si manifestano 
e possono essere esplorati
in punta di piedi,
con cautela.
Quando il mio mondo diviene pieno
si espande naturalmente
a colorare il vuoto.
Oscillando tra interno ed esterno
vivo il presente, 
assaporo le emozioni che esso porta con sè
e le lascio andare.



Enso - Simbolo Zen

«Gli uomini hanno paura di abbandonare le loro menti, perché temono di precipitare nel vuoto senza potersi arrestare. 
Non sanno che il vuoto non è veramente vuoto, perché è il regno della Via autentica.»
(Huang-po)


giovedì 21 settembre 2017

IL SILENZIO DEL DISAGIO

Specchiandosi nell'altro, non è raro vivere una percezione di disagio che si manifesta nel corpo attraverso agitazione, inquietudine, rigidità, tensione, mal di testa, mal di stomaco, debolezza ... I sintomi possono essere svariati e l'accoglierli apre le porte alla consapevolezza.
Consapevolezza del fatto che qualcosa nell'altro ha risuonato con qualcosa di mio ed ha avuto il potere di destabilizzarmi.
Quando mi capita di vivere questa situazione, immediatamente cerco di comprendere cosa mi ha così infastidito da crearmi disagio. Semplici parole o gesti si sono trasformati in lame taglienti capaci di ferirmi. Allora osservo la lama affondare fino a raggiungere la debolezza o la paura che si è attivata.
E in silenzio vivo il disagio, lo ascolto e ne divengo consapevole, senza permettere alle emozioni che esso scatena di travolgermi. Respiro e con calma lascio che la mente molli il tiro e torno al presente.
L'altro è sempre di fronte a me, ma non è più la causa scatenante del mio malessere, ma uno specchio fedele nel quale osservarmi con attenzione. Guardo il mio corpo, la sua tensione, il suo chiudersi  e come in un film osservo, sorridendo, me stessa farsi a sua vlta un film di dimensioni epocali con tanto di tradimenti, congiure, giustificazioni e omicidi premeditati. A volte siamo così teatrali quando ci toccano nel vivo che solo  una vena di sano umorismo può ridimensionare l'impatto dell'evento vissuto.
Allora l'invincibile cavaliere è pronto a posare lo stemma dell'ego e a scendere da cavallo tornando ad assumere sembianze umane.
E un passo dopo l'altro si cresce.



venerdì 15 settembre 2017

DO UT DES - IL MONDO DEI SOCIAL

Ogni tanto devo dedicare due righe al mondo dei social. 

Necessità dettata da sfinimento "social". Da una parte sono grata ai social per avermi offerto la possibilità di farmi conoscere come scrittrice, dall'altra provo, a intervalli regolari, una vera crisi di rigetto. Rifiuto che sento scaturire ogni volta che non viene rispettata la mia libertà di scelta.
La visibilità ha portato con sè, come ogni cosa a questo mondo, vantaggi e svantaggi e nasce il bisogno di bilanciare gli estremi.
Ricevo tantissime richieste di amicizia su facebook, ad esempio: quando le accetto per interessi condivisi, ecco arrivare, il più delle volte, la richiesta di apporre il "mi piace" alla pagina o l'iscrizione a gruppi. Della serie: "Io ti offro l'amicizia e tu ricambi." 
Nel mio universo non funziona così. Innanzi tutto, se accolgo l'amicizia ho già visto cosa pubblichi e cosa fai, ragion per cui se qualcosa mi interessa il tanto sospirato "mi piace" lo metto spontaneamente e sono in grado di aderire ai gruppi che scelgo di mia volontà. Ogni forzatura in questo senso la vivo come una mancanza di rispetto e mi porta a eliminare l'amicizia. Azione che ho scelto di manifestare per un periodo di tempo, per poi rendermi conto che si trattava di un buco nero a cui difficilmente sarei riuscita a sfuggire se non rinunciando a nuove amicizie.
Non si può fare di tutta l'erba un fascio e devo ammettere che alcune amicizie sono state un dono prezioso, per cui una scelta di questo genere ha, comunque, un prezzo da pagare.
Resta una consapevolezza: mi piace scrivere e condividere. Chi ha piacere mi legga e chi non è interessato alle mie riflessioni non le legga. Io scrivo lo stesso senza imporre ad alcuno la mia scelta.
Piccolo appunto per chi mi chiede l'amicizia: questo è il mio mondo e se vuoi farne parte accantona il "do ut des" e porta semplicemente te stesso con i tuoi commenti, le tue idee e i tuoi pensieri.